
Un anno senza Sara
Sabato 24 gennaio 2026 verrà inaugurata la “Via Crucis e Via Lucis” a Palù di Giovo, grazie alla comunità di Giovo, nel ricordo di Sara Piffer.
Una data non casuale, perché segna un anno dalla sua scomparsa. Proprio in questi giorni, inoltre, il giudice di Trento ha fissato l’udienza preliminare, su richiesta di rinvio a giudizio da parte del PM dott. Ognibene: il capo di imputazione è l’omicidio stradale (art. 589-bis, primo comma, c.p.).
Noi non crediamo che sia casuale e, ancora una volta, Sara manda segnali forti, come il suo cammino, pieno di memoria e dei valori che ha saputo trasmettere prima e dopo il 24 gennaio 2025.
Chi, come noi, ha conosciuto la famiglia di Sara, ha conosciuto anche lei, attraverso i suoi disegni, le sue poesie, i suoi restauri, il suo impegno sociale, e non può essere rimasto indenne dall’influenza della forte fede e della positività che i suoi genitori, Lorenzo e Marianna, e i suoi fratelli, Loris, Gabriele e Christian, riescono a infondere, colpendo dritto al cuore.
In questi giorni si discute di riforma del Codice della Strada, di come proteggere meglio, attraverso la legge, tutti i ciclisti sulle strade. Con questo evento, Sara richiama il legislatore al fine ultimo della legge, ovvero incidere sui comportamenti e sulla sensibilità delle persone, interrompendo le condotte pericolose degli automobilisti, causa di vittime come Sara: figli, padri, madri, fratelli.
Il nostro compito, e l’impegno preso con la famiglia di Sara, è che questa tragedia possa segnare un cambiamento vero, a favore della sicurezza di chi utilizza le due ruote. Lo abbiamo promesso a Sara e alla sua famiglia, facendoci portavoce dei suoi valori, dell’amore che aveva per il ciclismo e del messaggio destinato a tutti coloro che si mettono al volante, affinché abbiano sempre davanti a sé il suo sorriso e la sua voglia di vivere.

Un anno dalla riforma del Codice della Strada
Una riforma che, nelle intenzioni del legislatore, avrebbe dovuto garantire maggiore sicurezza a chi pedala e che invece si è rivelata, nei fatti, un fallimento.Non staremo qui a ripetere il nostro “ve l’avevamo detto”, pronunciato già in fase di approvazione della riforma, quando ci rendemmo disponibili a mettere a disposizione la nostra esperienza legale e quella maturata direttamente sulla strada per correggere ciò che non funzionava — o meglio, ciò che non garantiva una reale tutela ai ciclisti.
Un’analisi basata sui fatti, non sulle opinioni
I nostri dati non sono teorici. Si fondano su oltre 1.800 sinistri seguiti, su migliaia di testimonianze raccolte, sull’esperienza diretta vissuta ogni giorno sull’asfalto dal 2017 a oggi. Un lavoro continuo, svolto sia sulle strade sia nelle aule di giustizia, con l’obiettivo di individuare le criticità reali di chi utilizza la bicicletta — per sport o per necessità — e di proporre soluzioni concrete e realistiche. In questi anni abbiamo smontato quasi tutti i falsi miti che accompagnano il mondo dei ciclisti, spesso alimentati da pregiudizi che finiscono persino nei verbali di polizia:
si arriva a multare un ciclista per la mancanza del campanello dopo che è stato investito brutalmente, oppure per il mancato utilizzo di una pista ciclopedonale — facoltativa e spesso pericolosa per i ciclisti sportivi. Un dato su tutti emerge con chiarezza: i ciclisti non provocano danni, se non in percentuali del tutto marginali. Al contrario, subiscono danni gravissimi, quasi sempre causati da condotte illecite di automobilisti o conducenti di mezzi pesanti.
Il doppio danno: fisico e giudiziario
Il sistema legislativo attuale non tutela il ciclista né sulla strada né dopo l’incidente.
Chi viene investito subisce spesso un secondo danno, ancora più mortificante di quello fisico: l’ingiustizia. Il risarcimento viene negato o ridotto, e la vittima — o i familiari — si trovano a combattere una battaglia giudiziaria impari. Un esempio emblematico è quello del cosiddetto “metro e mezzo”.
Il paradosso del metro e mezzo
La norma nasce con una buona intenzione: imporre una distanza minima di sicurezza nel sorpasso dei ciclisti. Ma subito dopo compie un’inversione pericolosa, aggiungendo la clausola: “ove le condizioni della strada lo consentano”.
Questa formula apre la porta a tutto:
– consente di non rispettare la distanza,
– permette di investire un ciclista e poi giustificarsi con le “condizioni della strada”,
– legittima l’accusa al ciclista di aver sbandato per evitare ostacoli.
Nelle aule di tribunale lo vediamo ogni giorno: in assenza di video o testimoni, ottenere giustizia diventa difficilissimo. Il timore delle conseguenze penali spinge spesso l’automobilista a negare anche l’evidenza, lasciando la vittima priva di tutela.
Le nostre proposte: paletti chiari, senza retromarcia
Per questo riteniamo doveroso far sentire la nostra voce e proporre soluzioni concrete a chi voglia davvero legiferare in favore della sicurezza dei ciclisti.
– Sì alla doppia fila dei ciclisti
In quasi tutta Europa è consentita perché è più sicura per tutti: i ciclisti sono più visibili, obbligano a rallentare, e il sorpasso avviene solo quando è realmente possibile, risultando più rapido e meno rischioso rispetto alla fila indiana.
– No all’obbligo di piste ciclabili
I ciclisti sportivi non possono allenarsi su piste ciclabili o ciclopedonali. Se si vuole garantire davvero la sicurezza, occorrono corsie dedicate oppure l’adozione di un principio ormai diffuso in Europa: la strada è di tutti.
– Corsie riservate sulle carreggiate
Fuori dall’Italia esistono ampie corsie ricavate sul margine destro delle strade, rispettate dagli automobilisti e utilizzabili in sicurezza dai ciclisti. È una soluzione concreta, già sperimentata con successo.
– Il metro e mezzo va riscritto
La norma deve essere inviolabile e incondizionata.
In caso di contatto durante il sorpasso, deve scattare una presunzione di colpa dell’automobilista, salvo prova contraria in casi eccezionali. Un ciclista non può sbandare lateralmente più di 20 centimetri: se viene colpito, significa che il veicolo era troppo vicino e troppo veloce.
– Basta obbligo di tenere l’estrema destra
L’art. 143 C.d.S. costringe il ciclista a pedalare nella parte più pericolosa della carreggiata: sporca, dissestata, piena di ostacoli. Chi si allena sa cosa significa rischiare cadute o forature continue, senza alcun margine di fuga in caso di affiancamento di un veicolo.
Uno sguardo al futuro
Le proposte non finiscono qui: semafori dedicati, precedenze nelle rotatorie, divieti assoluti di sorpasso in determinate condizioni, obblighi di segnaletica adeguata, responsabilità degli enti manutentori, formazione più severa per gli automobilisti, e molto altro.
Siamo pronti a depositare un nostro disegno di legge: non un’utopia, ma una visione concreta, già realtà nel resto d’Europa.
Avv. Federico Balconi
Foto di Ibrahim guetar su Unsplash

Un’altra vita spezzata
Siamo a un mese esatto dal Natale, e come per una sorta di rituale oscuro le auto sembrano moltiplicarsi sulle strade.
Aumentano la fretta, il nervosismo, l’impazienza. Il freddo comincia a mordere e diventa il pretesto perfetto per rifugiarsi nel presunto comfort dell’abitacolo, mentre per chi continua a credere ostinatamente nella mobilità dolce iniziano i giorni più difficili dell’anno: giorni in cui diventiamo ancora più invisibili, ancora più vulnerabili, irrimediabilmente minoranza.
In questa tragedia non riesco a vedere cause diverse dalla più amara e semplice verità: una giovane donna di 23 anni, proprio nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, è stata travolta mentre faceva una scelta che dovrebbe essere tutelata e rispettata. Era una ciclista. Una ragazza che aveva deciso di muoversi nel modo più pulito, più gentile, più coerente con il mondo che vorremmo lasciare a chi verrà dopo di noi. Aveva scelto la bici per respirare la città, per vivere la libertà delle due ruote, non certo per incontrare la morte.
E invece questa scelta è diventata una condanna inflitta dalla mano di chi si è messo al volante senza responsabilità, senza attenzione, senza alcun rispetto per la vita degli altri. Oggi il mio cuore, il mio dolore e la mia rabbia vanno a Viola — 23 anni, lo ripeto — che pedalava su una pista ciclabile di una città che stava provando a migliorarsi, a diventare un esempio, e che invece si trova a pagare con il sangue la condotta criminale di un singolo. Un singolo responsabile. Un singolo omicida.
Perché non guardare la strada, non prestare attenzione, non guidare con la prudenza che la legge e il buonsenso impongono equivale a sparare nel mucchio. Significa premere un grilletto lasciando al caso la scelta della vittima. Significa dimostrare un’indifferenza totale verso la vita altrui. Ed è questo che non possiamo più accettare. È questo che, come comunità, come esseri umani, dobbiamo finalmente chiamare con il suo vero nome.
Avv.Federico Balconi
foto tratta dal profilo Linkedin di Viola Mazzotti

Piste ciclabili, pedonali o ciclopedonali
Il nuovo Codice della Strada interviene sull’utilizzo delle piste ciclabili, ma lo fa in modo discutibile, introducendo nuove regole che finiscono, paradossalmente, per peggiorare la tutela dei ciclisti. La “riga bianca” che dovrebbe proteggerli non è più un confine sicuro: il nuovo quadro normativo consente infatti ai veicoli a motore di invadere spazi prima riservati esclusivamente alle biciclette. La situazione delle piste ciclabili in Italia è dunque controversa: tra obblighi, facoltà e mancanza di reali tutele, i ciclisti non dispongono ancora di aree realmente sicure e dedicate.
Tralasciando le piste ciclopedonali, non obbligatorie e sconsigliate ai ciclisti sportivi per la pericolosa promiscuità con pedoni, animali, pattinatori e podisti. Il nodo principale riguarda le piste e corsie ciclabili, teoricamente obbligatorie ma spesso inutilizzabili o invase da altri veicoli. Da tempo sosteniamo che il ciclista sportivo non abbia spazio nella nostra legislazione. Questo vuoto normativo si riflette sulle strade, dove i conducenti di veicoli a motore spesso non tollerano la necessità di rallentare per la presenza di una bicicletta.
Il Codice della Strada definisce le piste ciclabili come “zone riservate ai ciclisti”, ma la realtà smentisce la norma: un ciclista sportivo rischia oggi, anche su pista ciclabile, più che sulla carreggiata ordinaria. Il nuovo Codice, inoltre, peggiora ulteriormente la tutela dei ciclisti, togliendo loro l’esclusiva su alcune corsie e consentendone l’utilizzo anche ad auto e moto, relegando le biciclette a una semplice “precedenza”.
Le norme di riferimento
1. Le piste ciclabili (art. 3 CdS)
Secondo l’art. 3, comma 1, n. 39 del Codice della Strada, la pista ciclabile è una parte della strada riservata esclusivamente alla circolazione delle biciclette, segnalata da apposita segnaletica orizzontale e verticale.
Può essere:
- In sede propria: separata fisicamente dalla carreggiata e dai marciapiedi;
- Adiacente al marciapiede: separata solo da segnaletica orizzontale (riga continua o discontinua);
- Ciclopedonale: sede promiscua dove circolano sia ciclisti sia pedoni.
L’art. 182 impone ai ciclisti l’obbligo di utilizzare la pista ciclabile quando presente e segnalata, pena sanzioni amministrative da 25 a 100 euro. Circolare su carreggiata o marciapiede, in presenza di pista obbligatoria, può costituire infrazione.
2. Le aree pedonali: limiti per i ciclisti
Le aree pedonali (art. 3, comma 1, n. 2) sono spazi destinati esclusivamente ai pedoni, di solito nei centri storici o nelle ZTL. L’accesso dei ciclisti è vietato salvo diversa indicazione tramite segnaletica verticale; in tal caso la bicicletta deve essere condotta a mano.
Chi accede in bicicletta senza autorizzazione può essere sanzionato. Tuttavia, la conduzione a mano del velocipede è sempre consentita ed equiparata al comportamento del pedone (art. 182, comma 4).
3. Le piste ciclopedonali: condivisione regolamentata
La pista ciclopedonale è segnalata da un cartello blu con i simboli di pedone e bicicletta separati e può essere:
- Separata: corsie distinte da segnaletica orizzontale. È obbligatoria per i ciclisti, che devono restare nel proprio spazio;
- Promiscua: ciclisti e pedoni condividono lo stesso spazio. È facoltativa per i ciclisti, che devono procedere a velocità moderata e con particolare attenzione, poiché i pedoni hanno sempre la precedenza.
In caso di incidente su pista promiscua, la responsabilità viene valutata in base alla condotta di entrambe le parti, tenendo conto del principio di prudenza (art. 140 CdS).
Responsabilità e rischi
La violazione delle norme sulla circolazione in aree vietate può generare responsabilità civile e, in caso di sinistro, anche penale.
Un ciclista che investe un pedone in area pedonale, ad esempio, può essere accusato di lesioni colpose (art. 590 c.p.), soprattutto se procedeva a velocità eccessiva o in zone non consentite.
Sul piano assicurativo, l’assenza di una copertura RC obbligatoria per le biciclette espone i ciclisti a risarcimenti diretti e integrali in caso di danni a terzi. Nelle piste ciclopedonali, dove la promiscuità aumenta il rischio di collisioni, questa mancanza è particolarmente grave.
Tra l’incudine e il martello
In questo quadro paradossale, i ciclisti , sportivi, urbani o turistici si trovano costretti a scegliere tra piste promiscue e insicure o strade pericolose e ostili, tra il rischio di una multa e quello di un incidente. Di fatto, non esiste ancora un luogo davvero sicuro dove pedalare, allenarsi o semplicemente spostarsi in bici.
Con ZEROSBATTI vogliamo diffondere un messaggio chiaro, già recepito dal resto d’Europa:
le persone in bicicletta hanno diritto di muoversi e allenarsi senza essere considerate un intralcio o un pericolo. Serve un cambio di prospettiva: convivere pacificamente sulla strada è possibile, a patto che si riconosca che i ciclisti rappresentano gli utenti più vulnerabili e, proprio per questo, meritano maggiore tutela e rispetto.
Ogni ciclista è una risorsa per la salute, l’ambiente e l’economia. Proteggerli significa migliorare la qualità della vita di tutti.
Avv.Federico Balconi
Foto credits: Foto di Anastasiya Badun su Unsplash

Il diritto di ereditare: come funziona la successione e il testamento
La successione ereditaria: cosa accade dopo la morte
La perdita di un congiunto determina conseguenze giuridiche da affrontare tempestivamente, ed è facile commettere errori data l’emotività del momento.
La morte della persona cara comporta infatti l’apertura della “successione”, ovvero il passaggio di diritti, obblighi e rapporti giuridici dal “de cuius” agli eredi.
Successione testamentaria e successione legittima
In Italia abbiamo due tipi di successione:
- Testamentaria: quando il defunto ha dettato o scritto le proprie volontà sul testamento, che può essere scritto di pugno o dinanzi al Notaio, scegliendo lui stesso come e a chi assegnare i propri beni.
- Legittima: in assenza di testamento l’eredità si devolve agli eredi legittimi, ovvero coniuge, figli, parenti fino al sesto grado. Per coniuge e figli sono previste quote di legittima che non possono essere compresse.
In entrambi i casi le “quote di legittima”, spettanti solo ai prossimi congiunti, non possono essere compresse, a prescindere dalle disposizioni testamentarie, con percentuali ben definite.
Nel caso in cui il defunto avesse dato disposizioni che andrebbero a ledere le quote di legittima, moglie, figli, genitori (in assenza di figli) possono impugnare il testamento e ristabilire la corretta spartizione dell’asse ereditario.
Stessa operazione nel caso in cui il de cuius avesse effettuato donazioni dirette o indirette.
Impugnazione del testamento e casi di invalidità
Qualora invece il testamento si avesse il sospetto di falsità o che sia stato estorto con inganno o violenza, o tramite circonvenzione di incapace, è possibile impugnarlo contestandone la validità agendo nei casi più gravi anche penalmente.
Gli eredi chiamati a succedere hanno un termine di dieci anni per accettare o rinunciare all’eredità, ma una volta accettata vi è l’obbligo di effettuare la denuncia di successione, entro un anno dall’apertura della successione, che corrisponde con la data della morte.
I testamenti olografi, ovvero quelli scritti di pugno e non consegnati ad un legale o al notaio, sono i più esposti ad azioni di impugnazione da parte degli eredi legittimi, specialmente quando il defunto nomini erede un soggetto terzo alla famiglia, ciò che sempre più sovente capita, magari per riconoscenza alle cure ricevute negli ultimi anni di vita.
Mediazione e contenziosi ereditari
Le aule di Giustizia dirimono spesso vertenze tra figli o parenti più lontani e soggetti estranei, e in questi casi il processo civile e/o penale deve portare a far emergere le reali volontà testamentarie, unitamente all’eventuale lesione delle quote di legittima, temi sui quali la Giurisprudenza offre un panorama di decisioni non sempre univoche.
In questi casi si aprono contenziosi che potrebbero congelare i beni mobili e immobili per diversi anni, in attesa della Sentenza finale, con tutte le problematiche legate alla gestione di un patrimonio ad esempio immobiliare, con costi di manutenzione, spese, oneri fiscali.
Per questi motivi è sempre bene, oltre che obbligatorio in questa materia, ricorrere alla mediazione, una procedura che spesso può portare a dirimere la vertenza in pochi mesi, con una minima spesa e dispendio di tempo ed energie.
Solo una volta esperiti tutti i tentativi di comporre bonariamente la vertenza si deve necessariamente ricorrere alla Giustizia ordinaria, con costi, tempi e patimenti morali non indifferenti.

Fabio Aru Academy e ZEROSBATTI
Cagliari, 25 settembre 2025 – La Fabio Aru Academy, in collaborazione con l’Associazione no profit ZEROSBATTI, organizza una giornata interamente dedicata ai bambini delle scuole primarie della Sardegna con l’obiettivo di promuovere la cultura della bicicletta, la mobilità sostenibile e, soprattutto, la sicurezza stradale. L’iniziativa si svolgerà il 25 settembre presso la base del team Luna Rossa al Molo Ichnusa di Cagliari, un luogo che rappresenta non solo un’eccellenza sportiva a livello internazionale, ma anche un simbolo di valori condivisi quali la disciplina, lo spirito di squadra, l’innovazione e l’attenzione alla sicurezza.
Il progetto rientra nel programma “A scuola di bici”, avviato da Fabio Aru con la sua Fabio Aru Academy nel 2023 con lo scopo di avvicinare e formare i più giovani allo sport del ciclismo, sensibilizzandoli su tematiche fondamentali quali l’educazione stradale, il rispetto delle regole e la salute attraverso lo sport. In meno di due anni il progetto ha coinvolto oltre 2.500 bambini in Sardegna, rafforzando il legame con il territorio e confermando l’impegno dell’Academy nel promuovere il ciclismo tra i giovani e nel trasmettere loro l’importanza di uno stile di vita sano e responsabile. La giornata a Cagliari sarà articolata in una parte introduttiva, dedicata alla spiegazione delle regole di base per chi utilizza la bicicletta, e in un’attività pratica nel corso della quale i giovani alunni, guidati dai tecnici dell’Academy e dal team di ZEROSBATTI, potranno affrontare percorsi in bici studiati per le diverse età, sperimentando in prima persona l’uso corretto del mezzo e le tecniche per pedalare in sicurezza.
La scelta della base di Luna Rossa come sede dell’evento non è casuale: il team, che ha segnato la storia della vela italiana e che da anni ha scelto Cagliari come base operativa, incarna valori che si avvicinano molto a quelli del ciclismo e che rafforzano la missione del progetto. Accogliere i bambini delle scuole primarie all’interno della base di Luna Rossa significa offrire loro un contesto prestigioso e di grande ispirazione, capace di trasmettere i valori e l’etica dello sport.
La ZEROSBATTI, Associazione nata nel 2017 con l’obiettivo di fornire una tutela legale dedicata ai ciclisti vittime di incidenti con un sistema unico in Europa, vestirà in questo evento un ruolo fondamentale, potendo trasmettere la propria esperienza ai ragazzi e fornendo loro gli strumenti per pedalare sulle strade con maggiore consapevolezza e quindi sicurezza.
Importantissimo il coinvolgimento nel progetto dell’Associazione Imago Mundi OdV, organizzatrice dell’evento culturale Monumenti Aperti. Grazie alla sua lunga esperienza e alla rete costruita in tre decenni di attività educativa sul campo, Imago Mundi svolge un ruolo chiave nel favorire il contatto e la presenza delle scuole primarie di Cagliari, dell’area metropolitana e della provincia. La consolidata relazione con i dirigenti scolastici, i docenti e i referenti dei progetti educativi facilita la partecipazione alle attività da parte delle classi consentendo di integrare efficacemente la proposta nei percorsi didattici già esistenti, promuovendo un’adesione consapevole e motivata.
“Il nostro obiettivo – ha dichiarato l’ex ciclista professionista Fabio Aru – è quello di trasmettere ai bambini l’amore per lo sport, ma anche l’importanza del rispetto delle regole. La bicicletta è uno strumento di libertà come di responsabilità per sé e per gli altri, e vogliamo che i più piccoli imparino a viverla in sicurezza. Realizzare questa iniziativa presso la base di Luna Rossa, aggiunge ulteriore valore al progetto e rafforza il legame con la Sardegna. A tal proposito vorrei ringraziare il team Luna Rossa che, insieme alla ZEROSBATTI ed a Imago Mundi, ha creduto immediatamente in questa iniziativa, sposandone comunità di intenti e valori. Poter realizzare il progetto “A scuola di bici” all’interno della loro base, è motivo per me di grande orgoglio”.
L’evento del 25 settembre, con il Patrocinio del Comune di Cagliari, rappresenta dunque un momento significativo non solo per promuovere il ciclismo e la sicurezza stradale tra i più giovani, ma anche per valorizzare il ruolo della Sardegna come terra di sport, innovazione e cultura. Grazie alla collaborazione tra Fabio Aru Academy, ZEROSBATTI, Luna Rossa e Imago Mundi OdV, sarà offerta ai bambini un’esperienza educativa e formativa unica, capace di unire sport, responsabilità civica e senso di appartenenza a una comunità che guarda al futuro con fiducia, consapevolezza e tanta passione.

Il ciclismo sportivo non esiste
La percezione dell’automobilista medio è che il ciclista occupi uno spazio che non gli spetta, e che quindi “se la vada a cercare”. Non a caso il paragone che spesso emerge è quello con le ragazze in minigonna: se capita qualcosa, la colpa sarebbe “anche un po’ la loro”.Da qui nasce un atteggiamento diffuso di ostilità: clacson, insulti, sorpassi a pochi centimetri dal gomito, con la convinzione di agire persino “nel giusto”, come una sorta di giustiziere della strada.Mentre aspettiamo che le campagne di informazione raggiungano davvero il grande pubblico, che le istituzioni modifichino le norme del codice della strada e rendano più efficace la tutela dei ciclisti, la realtà è che le vittime aumentano e sempre meno genitori incoraggiano i figli ad avvicinarsi a questo sport. Chi, oggi, manderebbe un tredicenne ad allenarsi sulle nostre strade?Per questo diventa urgente trovare soluzioni immediate, che possano tamponare la situazione e salvaguardare sia il movimento giovanile sia quello amatoriale. Una risposta concreta esiste già: i velodromi.
Un esempio virtuoso è quello del Parco Nord di Milano, dove è stato realizzato un anello di 650 metri (con una variante), gestito interamente da volontari formati anche per affrontare le emergenze. Grazie al loro impegno, amatori e giovani squadre possono allenarsi in sicurezza, lontani dal traffico. Ogni anno circa 70.000 ciclisti utilizzano questo spazio, che consente di lavorare in gruppo, svolgere allenamenti specifici, sviluppare tecnica di guida e prepararsi all’agonismo. Un contesto in cui i rischi restano quelli intrinseci alla disciplina (volate, scie, doppi cambi, doppia fila…), senza il pericolo aggiuntivo rappresentato da un automobilista distratto o ostile.
Il ciclismo è infatti l’unico sport che utilizza la strada – dominio quasi esclusivo dei veicoli a motore – come palestra di allenamento. E mentre il cambiamento culturale che cerchiamo di promuovere, convincendo gli automobilisti del valore di questo sport per la salute, l’ambiente e la società, richiederà generazioni, al Parco Nord si è scelto di non aspettare: si è costruita un’alternativa concreta, efficace e apprezzata.
Il 12 settembre, con ZEROSBATTI, Parco Nord, Dateci Pista e Regione Lombardia, abbiamo organizzato un evento per mostrare questa struttura – un vero tesoro per i giovani atleti – e per promuovere la realizzazione di altri spazi simili, magari ancora più grandi.
All’iniziativa hanno partecipato i presidenti di numerosi parchi di Milano e della città metropolitana, che hanno potuto toccare con mano la validità del progetto. Li abbiamo quindi sfidati a individuare aree nei loro parchi da destinare alla costruzione di nuovi velodromi, mettendoli in competizione positiva per realizzarne di più grandi e più belli.
Accanto a noi, come sempre, la Federazione Ciclistica Italiana, con il presidente Cordiano Dagnoni e il responsabile pista Fabio Perego, che vedono in questa soluzione un modo efficace e immediato per tutelare la sicurezza degli atleti più giovani.

Dal 2017, oltre 9 milioni di risarcimenti.
Sono più di 1.500 i sinistri seguiti dalla ZEROSBATTI, associazione a promozione sociale, dal 2017 (anno della sua fondazione) ad oggi, con oltre 9 milioni di euro riconosciuti ai propri assistiti a titolo di risarcimento per danni fisici e materiali.
Numeri importanti che testimoniano l’efficacia di un modello di gestione che pone la vittima al centro della tutela e che fa della tempestività e della competenza i suoi punti di forza.
Grazie all’avvocato Federico Balconi e al suo studio legale, fondatore dell’associazione, specializzato in sinistri stradali e appassionato ciclista, ZEROSBATTI ha ideato una procedura che si fonda su tre pilastri:
• il contatto immediato con la vittima del sinistro, fornendo le prime e fondamentali indicazioni per la corretta gestione del sinistro.
• la raccolta accurata e puntuale di tutti gli elementi di prova indispensabili per ottenere il riconoscimento della ragione.
• la corretta quantificazione dei danni, sia materiali che fisici, basata sulla competenza ed esperienza consolidate, fondamentale per ottenere in tempi brevi il giusto risarcimento del danno.
Tale metodo di lavoro e assistenza ha consentito al team legale, costituito da avvocati, medici legali e periti cinematici, di definire in via stragiudiziale il 95% dei casi, riducendo in modo significativo tempi e costi di gestione, ed evitando nella quasi totalità dei sinistri il ricorso al Tribunale.
“La nostra attività – ha dichiarato l’Avv. Federico Balconi – si fonda sulla convinzione che una tutela efficace debba essere rapida, documentata e orientata al risultato, mettendo al primo posto le persone. La scelta di investire nella raccolta immediata degli elementi di prova e nella gestione tempestiva delle pratiche, con un contatto diretto con la vittima, ha permesso ai nostri assistiti di ottenere risarcimenti concreti ed equi, evitando di dover affrontare lunghi contenziosi giudiziari. Chi ha usufruito dei servizi ZEROSBATTI, pur nella sfortuna di aver subito un incidente, si è dichiarato pienamente soddisfatto dell’assistenza ricevuta, facendosi spesso promotore della nostra associazione, che deve la sua forza ad un numero sempre più alto di associati”.
Il risultato di 9 milioni di euro riconosciuti a titolo di risarcimento rappresenta non soltanto un grande traguardo in termini numerici ma conferma l’impegno costante a favore dei ciclisti e della loro sicurezza.
ZEROSBATTI si conferma così un punto di riferimento nel panorama nazionale per chi pratica il ciclismo, sia a livello amatoriale sia professionistico, ma anche e soprattutto per chi utilizza la bicicletta come mezzo di trasporto ecosostenibile, garantendo un’assistenza legale altamente specializzata e in grado di tradurre la complessità di un sinistro in una risposta concreta ed efficace.
La crescita di ZEROSBATTI consente poi di far sentire la voce dei ciclisti, parte vulnerabile della strada, tramite le numerose attività di comunicazione e di sensibilizzazione svolte dall’associazione.

Il Velodromo di Parco Nord Milano
Venerdì 12 settembre alle ore 11.00, presso il Velodromo del Parco Nord Milano, si terrà un evento promosso da Regione Lombardia, in collaborazione con Federparchi Lombardia, ZEROSBATTI e DateciPista, con l’obiettivo di presentare ai Presidenti e ai Direttori dei Parchi della Lombardia un modello virtuoso di gestione e utilizzo degli spazi verdi urbani per la pratica sportiva.
L’anello in asfalto, di 500 metri, realizzato nel 2005 intorno a uno dei bacini di invaso del Seveso, che in caso di piogge si riempie e fa chiudere i cancelli per motivi di sicurezza, è infatti punto di ritrovo e centro di allenamento per migliaia di amanti delle due ruote e raggiunge 18.000 ingressi all’anno.
L’organizzazione della struttura dal 2011 è affidata in esclusiva ai volontari di DateciPista, che già collaboravano con il Parco Nord Milano negli anni precedenti: “«Il Velodromo Parco Nord Milano vive grazie ai volontari di dateciPista – spiega Mario Bodei, presidente dell’associazione – appassionati che si alternano nell’apertura, nella manutenzione e
nell’accoglienza. È un modello semplice, ma concreto e sostenibile: dimostra che con la passione e la collaborazione si può dare a tutti la possibilità di praticare il ciclismo in un luogo sicuro e condiviso”.
Sport, sicurezza, inclusione e valorizzazione del verde urbano sono quindi i pilastri dell’iniziativa, che nasce dalla volontà di offrire a tutti spazi sicuri per l’allenamento, la socialità e l’educazione sportiva, in armonia con il territorio.
“Un parco non è solo natura, ma anche comunità. Creare al suo interno spazi di aggregazione sana significa offrire a chi fruisce dei nostri parchi luoghi dove crescere insieme, attraverso lo sport e la socialità. Il Velodromo è un esempio concreto di come i parchi possano diventare laboratori di benessere, educazione e sostenibilità” – dichiara Marzio Marzorati, Presidente di Parco Nord Milano e Coordinatore Federparchi Lombardia.
“Il Velodromo del Parco Nord Milano rappresenta un modello virtuoso di utilizzo delle risorse pubbliche: creare spazi sicuri e accessibili significa promuovere lo sport, prevenire i rischi legati alla circolazione stradale e offrire ai più giovani un luogo adeguato per crescere e allenarsi. Il Velodromo del Parco Nord di Milano dimostra come la collaborazione tra istituzioni, associazioni e comunità possa tradursi in un progetto concreto, replicabile e capace di unire sicurezza, inclusione e valorizzazione del territorio. Investire in infrastrutture di questo tipo significa investire in salute, tutela e futuro” – ha dichiarato l’Avvocato Federico Balconi, ZEROSBATTI.
L’evento sarà un momento di confronto e approfondimento su:
• la creazione e gestione di infrastrutture sportive sicure all’interno dei parchi urbani;
• la promozione di percorsi di inclusione e cittadinanza attiva attraverso lo sport;
• l’attivazione di buone pratiche replicabili per la valorizzazione del patrimonio naturale attraverso attività sportive e ricreative.
Alla giornata parteciperanno anche due grandi nomi del ciclismo italiano:
• Francesco Moser, campione leggendario degli anni ’70 e ’80, vincitore di un Giro d’Italia, di un Campionato del Mondo su strada e detentore del record dell’ora; ha vinto diverse Classiche, tra cui tre Parigi-Roubaix, una Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia, ad oggi il ciclista italiano con il maggior numero di successi.
• Fabio Aru, ex ciclista professionista, vincitore di una Vuelta di Spagna nel 2015, di tappe al Giro d’Italia (tra cui due podi), Tour de France e Vuelta di Spagna, oltre ad aver vestito tutte e tre le maglie da leader e, tra le altre, il titolo nazionale nel 2017.
Un’opportunità per conoscere da vicino un progetto concreto che integra innovazione, sostenibilità e promozione della salute, ponendosi come modello ispiratore per altri parchi della Lombardia.

Un minorenne può essere multato?
Il minore non ha capacità giuridica, ma può essere multato?
No, non si può contestare un’infrazione stradale direttamente al minorenne, poiché è giuridicamente incapace. Tuttavia, la multa può essere indirizzata ai genitori.
L’art. 2 del Codice della Strada stabilisce che le conseguenze di un’azione illecita compiuta da un minore ricadono sul genitore, in quanto responsabile in proprio.
Attenzione, però: questo principio non si applica a tutte le infrazioni in modo automatico. Perché il genitore possa essere considerato responsabile, è necessario che vi sia stata una colpa in vigilando o in educando.
In altre parole, se il genitore non avrebbe potuto evitare in alcun modo che il figlio commettesse l’infrazione, non può essergli attribuita alcuna responsabilità. Di conseguenza, l’eventuale multa può essere annullata mediante ricorso.
L’art. 196 del Codice della Strada conferma che le sanzioni devono essere intestate ai genitori, e qualsiasi errore nell’intestazione può rappresentare valido motivo di ricorso.
Infatti, i minorenni non hanno capacità giuridica e non possono quindi essere considerati responsabili di infrazioni amministrative. La multa sarà dunque formalmente e personalmente intestata al genitore, indicato quale trasgressore.
Il sistema giuridico, in questi casi, si fonda sugli obblighi genitoriali di vigilanza ed educazione.
Il genitore ha il dovere di vigilare sempre e costantemente sul minore, per evitare che commetta atti illeciti o pericolosi, per sé o per altri.
Nel caso di infrazione stradale, il genitore potrà essere chiamato a rispondere solo se non riesce a dimostrare di aver adottato ogni misura ragionevole per evitare l’illecito.
Altro obbligo è quello di educare il figlio, trasmettendogli il rispetto delle regole.
Il genitore, quindi, non può discolparsi affermando che il figlio è “maleducato”, poiché ciò rappresenterebbe un’ulteriore colpa in educando.
Quando fare ricorso
Il verbale deve essere intestato personalmente ai genitori o al tutore legale.
Se invece la multa viene indirizzata al minorenne, si configura un primo errore formale che, se contestato, può portare all’annullamento della sanzione.
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 19619/2022, ha confermato che la multa deve essere indirizzata ai genitori, annullando una sanzione precedentemente intestata al minore.
Il ricorso può essere fondato su diversi errori formali, tra cui:
- Errata intestazione della multa al minorenne, anziché ai genitori.
- Mancanza di indicazione della responsabilità genitoriale nel verbale, che viola il diritto di difesa del genitore.
- Assenza di prova della mancata sorveglianza del genitore, o al contrario, presenza di prova che, pur avendo vigilato ed educato, egli non avrebbe potuto evitare il comportamento del figlio.
In tutti questi casi, il Giudice di Pace può accogliere il ricorso e annullare la multa.
Un’ulteriore possibilità è presentare querela di falso, ad esempio se vi è una contestazione rispetto a quanto dichiarato dagli agenti: se il genitore riesce a dimostrare che il minore non stava guidando lo scooter con il cellulare in mano, come invece riportato nel verbale, si può procedere per vie legali.
Il caso simbolico: la giustizia tradita
Immaginiamo ora un bambino di 8 anni, che pedala felice su una pista ciclo-pedonale, fiducioso nella protezione offerta da quella corsia.
All’improvviso, urta un ostacolo imprevedibile e in stato di illiceità, ad esempio un veicolo in divieto di sosta, che ostruisce la pista.
Intervengono gli agenti, chiamati dal padre. Ebbene, anziché rimuovere il veicolo e sanzionare il vero responsabile, elevano una multa al padre del bambino.
Un simile verbale grida giustizia, tanto sul piano civile (con ricorso al Giudice di Pace), quanto su quello penale (con querela di falso nei confronti degli agenti).
In tale circostanza, non può emergere alcuna colpa in vigilando o in educando da parte del genitore, mentre la vera vittima, sia fisicamente sia psicologicamente resta il bambino. E con lui, il nostro senso di giustizia.
Avv.Federico Balconi
