
Il TAR va veloce, bologna resta lenta: bocciati tassisti e ministero, rimangono i 30 km orari
La Sentenza del Tar Emilia-Romagna, con sentenza depositata l’11 novembre 2024, ha respinto il ricorso presentato da due tassisti, costituito anche il Ministero dei Trasporti. I due tassisti e il nostro Ministro dei Trasporti chiedevano l’annullamento del progetto “Bologna Città 30”, sostenendo un danno all’attività imprenditoriale.
Il TAR ha dichiarato inammissibile il ricorso poichè non vi è da parte dei soggetti ricorrenti un requisito fondamentale: l’interesse ad agire, di conseguenza nessun danno concreto alle attività imprenditoriali.
Inammissibilità del ricorso per carenza di interesse ad agire, quindi, per carenza di prova circa una lamentata lesione di interessi economici dei tassisti quale conseguenza della diminuzione della velocità a 30 orari nelle vie cittadine.
Nessun danno dimostrato, nessuna violazione alla mobilità, Diritto Costituzionalmente garantito e richiamato a sproposito dai ricorrenti e dal Ministro dei Trasporti, nessun ostacolo al diritto al lavoro, che non subirà alcuna lesione se i cittadini dovranno spostarsi a non più di 30 km orari, velocità per di più superiore alla media impiegata considerando semafori e traffico.
Il progetto mira invece, spiega il TAR, a garantire SICUREZZA STRADALE, LA VITA UMANA E UN TRAFFICO URBANO PIU’ ORDINATO”!

L’obiettivo mancato
Sul gazzettino.it un singolare articolo, che evidenzia l’errore di fondo (causa del nostro arretramento culturale).
L’OBIETTIVO MANCATO
Il PREGIUDIZIO
A partire dalla riforma del Codice della strada, a livello istituzionale vi è un pericoloso pregiudizio: la convinzione che la principale causa di incidenti a danno di ciclisti sia da ricercare nei comportamenti dei ciclisti, sanzionandoli ed educandoli.
iniziative come per il Sindaco di Mofalcone, che periodicamente dispone controlli programmati a danno dei ciclisti, confermano lo strabismo verso il problema sicurezza.
Prima di addentrarci nelle evidenti contraddizioni di questo sistema, ricordiamo a Sindaci e rappresentanti della legge che le principali cause di incidenti sono:
- Eccessiva velocità (degli automobilisti)
- Distrazione (degli atuomobilisti)
- Ignoranza delle norme del codice della strada
- Imprudenza (degli automobilisti)
- Dolo (degli automobilisti)
In nessuna di queste cause si individua la mancanza di luci, campanelli o bretelle…
Ciononostante il giornalista del Gazzettino titola:
“a Monfalcone 37 ciclisti multati in due giorni. Tra di loro c’era chi non indossava il giubbotto catarifrangente o le bretelle ad alta visibilità
L’articolo in questione poi qualche dato sconcertante:
“Un’operazione per tutelare la sicurezza stradale: la polizia locale di Monfalcone ha controllato 423 biciclette in due giorni”.
Quattro agenti impiegati, sin dalle prime ore del mattino (quindi supponiamo di giorno) hanno sottoposto a verificare i veicoli su alcune strade cittadine, effettuando 37 sanzioni per diverse violazioni del Codice della Strada.
Le sanzioni inflitte, secondo quanto riporta il gazzettino, attengono a 25 e sanzioni per circolazione contromano e 10 per il mancato possesso delle luci di segnalazione.
Le restanti due irregolarità riguardavano l’assenza del giubbotto o delle bretelle ad alta visibilità.
Il giornalista scrive poi che “Gli interventi sono infatti mirati a garantire la sicurezza di ciclisti, pedoni e automobilisti, perché un eventuale incidente con un velocipede che non rispetta le normative potrebbe comportare conseguenze legali e sospensioni della patente per i conducenti delle auto coinvolte”.
Sfugge però la logica giuridica di tale dichiarazione, che si contraddice negli stessi termini e la domanda sorge spontanea: se in caso di incidente vengono sospese le patenti degli automobilisti, se ne deduce che l’incidente sia stato provocato da comportamenti illeciti degli stessi automobilisti…e allore per quale motivo impegnare gli agenti in una operazione punitiva/educativa (che non suona benissimo) nei confronti dei ciclisti?
Come dire: se l’automobilista ti investe, superando limiti di velocità, in stato di ebbrezza ed effettuando sorpassi o manovre illecite, tu ciclista crei un disagio, quindi ti multo ad esempio per la mancanza di campanello (anche se non ha rilevanza nella dinamica!)…
L’obiettivo non andrebbe quindi spostato sui comportamenti degli automobilisti?
Se il problema in Italia è culturale, queste iniziative, e il tipo di commento, lo fanno emergere in modo evidente.
La dichiarazione del vicesindaco lo conferma:
«Il nostro obiettivo non è quello di sanzionare i ciclisti che commettono irregolarità, ma sensibilizzarli sulla necessità di rispettare le norme, per la loro stessa sicurezza e per quella degli altri utenti della strada – ha spiegato vicesindaco reggente Antonio Garritani -. In tema di sicurezza non facciamo sconti e siamo soddisfatti nel constatare che, rispetto agli anni precedenti, abbiamo registrato una diminuzione delle sanzioni, segno di una maggiore consapevolezza e attenzione da parte dei ciclisti, anche grazie a questo genere di operazioni che periodicamente programmiamo» ha poi concluso.
Un breve ripasso sulle norme:
Le bretelle, di giorno, nei centri urbani salvo nelle gallerie, non sono obbligatorie, mentre luci e campanello devono equipaggiare le biciclette, salvo accenderle (d’obbligo) solo dopo da mezz’ora prima del tramonto e mezz’ora prima dell’alba (art. 182 comma 9 cds).
Saremmo curiosi di leggere ognuno di questi verbali, analizzando orari, luoghi, circostanze, per capire se davvero l’operazione sia stata ordinata e finalizzata alla sicurezza dei ciclisti, commettendo in ogni caso un errore di fondo: gli incidenti sono causati dagli automobilisti e non dai ciclisti, i cui comportamenti non hanno alcuna attinenza con le stragi quotidiane sulle strade.
Queste le sanzioni:
- sanzione pecuniaria minima di 26,00 euro, come previsto dell’articolo 182, comma 10 del Codice della Strada.

Corsie ciclabili: sì o no?
Cosa cambia e perché, se così fosse, sarebbe inaccettabileAlla fine della scorsa estate il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha annunciato l’introduzione di nuove norme nel codice della strada, che a suo parere dovrebbero tutelare maggiormente la sicurezza stradale. Al momento in cui questo numero di Triathlete va in stampa, non sono ancora state approvate. Ma poco importa. Ciò che invece ci preme è soffermarci su una delle novità inserite in questo disegno di legge: l’eliminazione delle corsie ciclabili.
Una precisazione
In realtà la riforma contenente l’eliminazione delle corsie ciclabili, del sorpasso cautelare del ciclista e della casa avanzata è al vaglio del Parlamento fin dal febbraio 2024 e con l’approvazione del Senato si completerebbe semplicemente l’iter legislativo. Rimaniamo in attesa. Il sorpasso del ciclista vale un capitolo a parte, mentre le due misure su corsie ciclabili e casa avanzata avevano lo scopo di proteggere i ciclisti dal traffico veicolare, garantendo loro precedenze e zone invalicabili dagli automobilisti.
Quello che è e quello che sarà
Introdotte con il decreto legge n. 34/2020, al fine di tutelare, un minimo, i ciclisti e incentivare la mobilità sostenibile, le cosiddette corsie ciclabili potrebbero quindi scomparire dal nuovo codice della strada.
La corsia ciclabile, oggi in vigore, è definita all’art. 3-12 bis del codice della strada: parte longitudinale della carreggiata, posta di norma a destra, delimitata mediante una striscia bianca, continua o discontinua, destinata alla circolazione sulle strade dei velocipedi nello stesso senso di marcia degli altri veicoli e contraddistinta dal simbolo del velocipede.
Leggendo bene, di certo non costituisce la massima sicurezza per i ciclisti, poiché le automobili possono impegnarla, seppur per brevi tratti, secondo le dimensioni della carreggiata e se delimitata da strisce discontinue. La norma in itinere, come riformata nel nuovo codice, lascerebbe ancor più agio agli automobilisti, liberi di impegnare le corsie ciclabili, e promiscuità (questo è il termine utilizzato nel nuovo articolo), così da perdere ogni scopo di protezione riguardo ai ciclisti, non più privilegiati e protetti ma semplicemente “agevolati”. A differenza della pista ciclabile, che attribuisce a chi pedala l’uso esclusivo, la corsia ciclabile ante riforma poteva essere occupata solo in determinati casi, quando vi fossero fermate di trasporto pubblico o per consentire soste o fermate nei casi vi fosse sosta laterale veicolare. L’invasione delle auto, comunque, era prevista solo per brevi tratti e per un tempo limitato e, in ogni caso, concedendo sempre e comunque la precedenza al ciclista.
Una condivisione pericolosa
La loro utilità, specialmente nelle città, era fuori discussione poiché costringeva gli automobilisti a prestare più rispetto e attenzione verso i ciclisti, specie se con linea continua, ed era rafforzata dall’art. 145-4 ter del codice della strada: lungo le strade urbane i conducenti degli altri veicoli hanno l’obbligo di dare la precedenza ai velocipedi che circolano sulle corsie ciclabili. Ciò garantiva al ciclista, in caso di incidente, la ragione esclusiva.
Con la nuova normativa, al momento al vaglio del Senato, con i suoi 770 emendamenti, tornerebbe una strada da condividere in modo promiscuo con tutti gli altri veicoli: ricomincerà a essere occupata senza limite e per tutta la sua larghezza dalle automobili, con i ciclisti relegati al margine destro senza alcun segnale di tutela.
Ma perché?
Non è chiaro perché assessori e sindaci si stiano confrontando sul punto, se le corsie ciclabili verranno o meno cancellate anche materialmente dall’asfalto. In tal caso è facile già ipotizzare uno spreco di denaro (per farle e poi disfarle).
Le motivazioni presentate, ben poco convincenti e smentite dai fatti, imputavano alle strisce delimitanti le corsie ciclabili di essere motivo di confusione e restringimenti delle carreggiate, con aumento di incidenti. Peccato che tutto ciò strida non solo con il buon senso ma anche dati alla mano. Gli incidenti sono infatti da imputarsi a ben altre ragioni: prima fra tutte la velocità, associata a manovre scellerate degli automobilisti, poi l’aumento di automobili e del traffico e ancora la crescente conflittualità sulle strade, con assenza di controlli.
In questo contesto verrebbero eliminate 80 km di corsie solo a Milano, restituendo spazi duramente conquistati dai ciclisti agli automobilisti, che potranno proseguire a regnare sulle strade, percependo e rispettando il ciclista sempre meno, considerandolo sempre più un intralcio non legittimato a stare sulla strada.
La sorte della “casa avanzata”
Rimane invariato l’art. 182-9, che obbliga i ciclisti a transitare sulle piste ciclabili quando esistono.
Viene invece abrogata la “casa avanzata”; anch’essa introdotta nel 2020, a dire il vero ben poco concretizzata o conosciuta. In pratica, indica una zona da realizzare nelle intersezioni semaforiche, lungo le strade con velocità consentita inferiore a 50 km/h e posta a una distanza di 3 metri dalla linea di arresto prevista per gli altri veicoli. Avrebbe dovuto prevedere una posizione che permettesse l’arresto e la ripartenza in sicurezza, rimanendo pienamente visibili agli altri veicoli.
UN INQUIETANTE PASSO INDIETRO
Le norme non sono ancora in vigore, ma la proposta di modifica ha fornito risultati allarmanti e i dati ISTAT fanno emergere una situazione che stona con le annunciate finalità di incentivo all’utilizzo delle due ruote o altri mezzi alternativi.
In sintesi, le nuove norme toglieranno ai ciclisti distanze di sicurezza in fase di sorpasso, corsie ciclabili, case avanzate e zone 30 con strade che saranno in senso opposto alle finalità dichiarate. Una situazione, a dir poco, preoccupante.
Passi indietro ma, aspetto ancora più grave, disallineati con le direttive europee e che vanno in direzione opposta a quella presa dagli altri paesi d’Europa proiettati alla mobilità sostenibile, alla difesa dell’uomo, della sua salute, della natura e dello sport.
(Link a pdf)

Dalla legge alla strada
In occasione della recente 105° Coppa Bernocchi – 48° GP Banco BPM, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’Avvocato Federico Balconi, fondatore di Zerosbatti, la prima associazione in Europa dedicata all’assistenza e alla tutela legale dei ciclisti in caso di incidenti.
Con un approccio innovativo e una vasta esperienza nel campo del diritto, l’Avvocato Balconi ha creato un’organizzazione che si distingue per il suo impegno nella tutela dei ciclisti, offrendo loro supporto immediato e una guida esperta in un momento di vulnerabilità; un’iniziativa che non solo protegge i diritti dei ciclisti, ma si batte anche per una maggiore sicurezza sulle strade, sostenendo un cambiamento culturale e normativo in favore della mobilità sostenibile.
Il nome Zerosbatti sicuramente è particolare e immediato: quale è la storia dietro a questa scelta?
Il nome Zerosbatti sicuramente è particolare e immediato: quale è la storia dietro a questa scelta? E’ nato nel mio studio legale, mentre difendevamo ciclisti rimasti vittime di incidenti, era il 2015 ed erano in aumento. Spesso arrivavano da noi che la loro pratica era già compromessa…mancavano i verbali, i testimoni, le foto della bici, la documentazione corretta, così diventava difficile farli risarcire e il ciclista rimaneva vittima una seconda volta.
C’era bisogno che qualcuno si occupasse del ciclista, per lo più solitario sull’asfalto, nelle fasi immediate all’incidente, per supportarlo in quel frangente, sollevandolo da tutti gli “sbattimenti” che invece sono essenziali per poi gestire la pratica di risarcimento. L’unica forma possibile era fondare un’associazione che potesse dare quel servizio così importante. Alle luce di questi anni di esperienza posso dire che aumenta questo tipo di assistenza aumenta la probabilità di ottenere il risarcimento, sollevando il ciclista da tutti gli “sbatti” burocratici e legali.
Poi c’è un secondo significato, non meno importante: Zerosbatti è il nostro secondo obiettivo, che consiste nel limitare o almeno ridurre gli incidenti, dove per lo più il ciclista va a sbattere contro automobilisti che guidano senza regole.
Quale è stata la motivazione principale che ha portato alla creazione di Zerosbatti?
La passione per questo sport, la voglia di una città più silenziosa e sana, la paura degli incidenti. Il pericolo in bicicletta è un elemento che fa parte del gioco, ma non quando sono altri a mettere a repentaglio la tua vita, per distrazione, maleducazione o comportamenti irresponsabili. Le città dovrebbero essere percorse in bici o con i mezzi pubblici, limitando le auto alla mera urgenza straordinaria. In tutta Europa è già così e con la Zerosbatti puntiamo a quello.
Zerosbatti si presenta come la prima associazione in Europa per la difesa dei ciclisti: in cosa si differenzia rispetto ad altre realtà simili?
Ci sono associazioni che promuovono la sicurezza e sono preziose e utilissime perché fanno crescere la sensibilità verso il problema, aiutano le famiglie delle vittime e supportano moralmente, combattono con le istituzioni. Noi diamo un servizio, interveniamo immediatamente, supportando e guidando la vittima nelle prime mosse pratiche, banalmente chiedendo foto, preventivo, verbale di PS, grazie alla formazione specifica e continua delle nostre collaboratrici. In questo modo riduciamo le probabilità di non essere risarciti, consentendo agli avvocati di avere fascicoli completi di tutto. Non ultimo i nostri associati vengono assistiti gratuitamente, senza sorprese a pratica conclusa.
Quali sono i vantaggi di diventare membri di Zerosbatti? Ci sono attività di sensibilizzazione che organizzate per i vostri iscritti?
Il vantaggio principale è avere un’assistenza immediata in caso di incidente, un team di avvocati e tecnici che gratuitamente intervengono e difendono l’associato vittima di un sinistro. Spesso ci chiamano anche per mere consulenze legali e siamo sempre collegati con i nostri associati. Tutto ciò porta ad ottenere con più alta probabilità un risarcimento integrale dei danni in caso di incidente. Inoltre, invitiamo le persone ad associarsi per far crescere anche il peso dell’associazione quando portiamo avanti campagne a favore delle due ruote. Durante il COVID ad esempio riuscimmo ad ottenere una FAQ dal Governo che consentiva a tutti i ciclisti di uscire dal comune per allenamento.
Quali sono gli obiettivi principali che Zerosbatti si prefigge di raggiungere nel breve e nel lungo termine?
Nel breve termine fornire un servizio sempre più efficiente ai nostri associati, lavorando ogni sinistro e su ogni pratica per accontentare chi è rimasto vittima di un incidente. L’unica entrata dell’associazione sono le quote, e con quelle paghiamo tutti i servizi, comprese le opere di divulgazione e promozione a favore della sicurezza. Più associati ci sono più riusciamo ad essere efficienti nella nostra missione. Nel lungo termine arrivare ad un numero maggiore di adesioni tale da poterci far sentire quando chiediamo di riformare il codice della strada, fornendo la nostra esperienza sul campo.
Ci sono proposte di legge che Zerosbatti sta attivamente supportando o promuovendo per migliorare la sicurezza e le condizioni degli utenti delle due ruote?
Stiamo scrivendo un nuovo art. 148 (quello sul sorpasso) e il 182 (quello dedicato alle biciclette, definite ancora velocipedi!). Gli attuali sono assolutamente inadeguati per tutelare i ciclisti e la riforma che uscirà non porta alcun miglioramento se non indiretto quando si incide sulla guida in ebrezza o sulla velocità.
Quali sono le principali sfide che l’associazione sta affrontando nel cercare di far sentire la propria voce a livello legislativo?
Stiamo bussando a tante porte per farci ascoltare e portare le nostre idee per migliorare le condizioni dei ciclisti sulla strada. Senza un intervento legislativo deciso e incisivo difficilmente i ciclisti verranno maggiormente rispettati, anche se certamente l’opera mediatica e di comunicazione che stiamo svolgendo è importante per sensibilizzare le persone che si comportavano in un certo modo ignorando i pericoli. Noi vorremmo che gli automobilisti rispondessero ogni volta che urtano un ciclista, che si possa viaggiare in fila per due, come in tutti i paesi europei, e che venga precisato l’obbligo di stare a destra, che non sempre è possibile, ma questi sono solo esempi più eclatanti.
Ci sono difficoltà particolari nel rappresentare utenti delle due ruote in un contesto in cui l’auto rimane spesso protagonista indiscusso della mobilità?
Ce ne sono tante, e riallacciandomi alle prime due domande, sono proprio queste che hanno motivato la fondazione della Zerosbatti. Il pregiudizio verso i ciclisti, da parte anche di addetti ai lavori in ambito giuridico è il primo grande ostacolo. Quando c’è un incidente con un ciclista coinvolto il primo pensiero è che i ciclisti abbiano torto, perché il luogo comune è che sono in mezzo alla strada o danno fastidio o non sanno comportarsi, o addirittura dovrebbero circolare solo sulle ciclabili! Poi c’è tutta la parte del risarcimento delle biciclette, sulle quali serve un’esperienza e conoscenza specifica per interfacciarsi con le assicurazioni.
Cosa pensate degli atteggiamenti culturali e sociali verso chi utilizza mezzi a due ruote, vedete miglioramenti o ancora più pregiudizi?
I ciclisti sono aumentati, e con essi gli odiatori dei ciclisti. In questo sono molto drastico, in Italia al momento i ciclisti non vengono accettati, vengono considerati un ostacolo alla velocità, un fastidio al tragitto dei veicoli a motore, ma oltre ai pregiudizi ci sono tanti falsi miti, che noi stiamo cercando di smitizzare, per convincere le persone che la strada è di tutti.
Quali, secondo voi, le misure più urgenti che andrebbero adottate per migliorare le infrastrutture per ciclisti in Italia?
Piste ciclabili vere e adeguate, distinguendo quelle per ciclisti sportivi e per chi utilizza la bici per muoversi nelle città. Sono due cose totalmente diverse e non possono convivere con pedoni e passeggini ciclisti che si stanno allenando su strada. Nelle città sono sufficienti le corsie ciclabili, dovrebbero esserci ovunque e le disposizioni CE lo imporrebbero. Una sorta di responsabilità oggettiva in capo agli automobilisti: se urti un ciclista devi dimostrare il caso fortuito con inversione dell’onere della prova, altrimenti hai torto. Poi tutte le altre modifiche.
Quali sono i principali obiettivi che Zerosbatti si propone di raggiungere con iniziative come quella alla Coppa Bernocchi e che impatto vi aspettate dalla partecipazione a questo evento?
Iniziative come la Coppa Bernocchi dimostrano che ci sono persone appassionate, competenti e volenterose, che mettono anima e corpo in questo sport, e l’entusiasmo si percepisce immediatamente. Sono convinto che il contatto diretto, parlare alla gente, metterci la faccia in contesti come questo valga più di ogni tipo di comunicazione, perché crea emozione e condivisione. Abbiamo partecipato senza alcuna aspettativa, da veri tifosi di questo meraviglioso sport, e nei giorni successivi molti ci hanno scritto e contattato e abbiamo visto un aumento degli iscritti, a riprova del messaggio sincero che abbiamo trasmesso.
Come immagina il futuro di Zerosbatti e della difesa delle due ruote in Italia e in Europa nei prossimi anni? C’è un sogno o un obiettivo specifico che, come legale rappresentante, spera di poter concretizzare con Zerosbatti?
Dal 2017 (anno in cui è stata fondata a tutti gli effetti la Zerosbatt) ad oggi abbiamo lavorato “a testa bassa” senza porci obiettivi particolari, ma cercando di svolgere onestamente e con impegno il nostro lavoro, e abbiamo avuto tanti riscontri e incontri inaspettati che ci hanno dato slancio e motivazione. Nei prossimi anni vedo Zerosbatti come un punto di riferimento, una certezza per tutti i ciclisti e nel cassetto ho due sogni, il primo creare un fondo per aiutare chi subisce incidenti gravi per supportarli anche se non c’è un responsabile… il secondo sogno lo tengo nel cassetto ma è legato al mondo sportivo.
@creditsuslegnanese

Concorso di colpa tra luci e ombre
Essere visibili, per i ciclisti su strada è un elemento fondamentale per la sicurezza, perché sui verbali redatti dalle forze dell’Ordine a seguito di incidenti con vittime ciclisti la frase più ricorrente tra le dichiarazioni degli automobilisti è: “NON L’HO VISTO!”
Per questo motivo è importante averle, ma anche per altri due motivi:
1) la legge le impone a pena di una multa
2) in caso di sinistro potresti vedere negato il risarcimento qualora venisse accertato che non le avevi nonostante l’obbligo di legge.
Su tutte le biciclette la legge impone infatti siano applicate luci anteriore e posteriore, con l’obbligo di accenderle dopo il tramonto.
Il consiglio nostro è di accenderle sempre, anche di giorno, come predicava il mitico Nico Cereghin.
Perché quando si pedala, specialmente sulle strade provinciali, tra il chiaro e lo scuro, non si è mai abbastanza visibili e una luce accesa potrebbe salvarci la vita.
Una recente sentenza del Tribunale di Milano (Dr. Spera, Presidente sezione decima civile), ha ridotto il risarcimento del ciclista investito al 50%, attribuendogli un concorso di colpa dovuto al fatto che non fosse fornito di luci sulla bicicletta.
Si aggiunga che il tramonto era già passato e la visibilità era quella notturna.
Il ciclista si era infatti rivolto al Giudice civile poiché l’assicurazione dell’automobilista gli aveva negato il risarcimento, eccependo appunto la mancanza di luci.
Il Giudice, con una Sentenza salomonica, ha propeso per una colpa concorsuale, non tanto per la mancanza di luci, accertata, quanto per la mancanza di prova certa circa l’esatta dinamica del sinistro, che impediva di delineare una colpa esclusiva dell’automobilista.
La dichiarazione del ciclista (“un autocarro mi tamponava facendomi cadere a terra”) contraddiceva infatti quella dell’automobilista (“mantenendomi distante dal margine destro della carreggiata, non mi accorgevo della presenza davanti a me, spostato sulla destra, di un ciclista senza luci e lo urtavo nella parte posteriore”).
All’automobilista è stata elevata una sanzione per non aver mantenuto adeguata distanza dal ciclista (violazione dell’art. 149 cod. strada) mentre al ciclista la violazione dell’art. 68, co. 6, cod. strada, per aver circolato SENZA apposite luci.
Nessuno ha impugnato le multe, quindi il Giudice ha deciso sulla base degli elementi riportati sulla relazione della Polizia Locale.
In assenza di contestazione il sinistro si è verificato secondo la dinamica rappresentata nella relazione della Polizia Locale.
In assenza di altre prove risultava quindi impossibile accertare il grado preciso delle colpe, considerando poi che entrambi i conducenti coinvolti avevano subito una sanzione e nessuno dei due l’aveva contestata, avvalorando quindi quanto riportato dagli agenti.
Il Giudice, pertanto, non avendo ulteriori elementi che confutassero uno la tesi dell’altro ha quindi concluso ritenendo che entrambi avevano circolato sulla pubblica via senza prestare pieno e rigoroso ossequio alle norme del cds, concorrendo così in egual misura nella responsabilità e causazione dell’incidente: l’automobilista per non aver tenuto distanze adeguate e condotta prudente, il ciclista per aver circolato al buio senza luci.
Di conseguenza, in applicazione dell’art. 2054 del codice civile (comma 2), norma invocabile e applicabile anche quando lo scontro avviene tra automobile e velocipede (Cass. 10304/09; 31702/18) viene stabilita la presuntiva concorsualità delle parti a produrre l’evento dannoso.
In conclusione e in soldoni al ciclista è stato riconosciuta soltanto la metà del risarcimento danno patito, per non avere avuto le luci dopo il tramonto, per non aver dimostrato l’esclusiva colpa dell’automobilista e di aver fatto il possibile per evitare l’incidente.
Il consiglio, andando oltre il tecnicismo giuridico per affrontare con ragione un processo civile, è quello di attenersi alle regole, scritte per la nostra sicurezza e applicare luci funzionanti (anteriore e posteriore), sempre accese: ne giova la nostra sicurezza ma anche l’eventuale diritto al risarcimento in caso di incidente.
Avv. Federico Balconi
Foto di Anastasiia Krutota su Unsplash

Concorso di colpa tra luci e ombre: la sicurezza legale
Essere visibili, per i ciclisti su strada è un elemento fondamentale per la sicurezza, perché sui verbali redatti dalle forze dell’Ordine a seguito di incidenti con vittime ciclisti la frase più ricorrente tra le dichiarazioni degli automobilisti è: “NON L’HO VISTO!”
Per questo motivo è importante avere le luci, ma anche per altri due motivi: 1) la legge le impone a pena di una multa; 2) in caso di sinistro potresti vederti negare il risarcimento qualora venisse accertato che non le avevi nonostante l’obbligo di legge.
Su tutte le biciclette la legge impone infatti siano applicate luci anteriore e posteriore, con l’obbligo di accenderle dopo il tramonto. Il consiglio nostro è di accenderle sempre, anche di giorno, come predicava il mitico Nico Cereghini. Perché quando si pedala, specialmente sulle strade provinciali, tra il chiaro e lo scuro, non si è mai abbastanza visibili e una luce accesa potrebbe salvarci la vita.
Una recente sentenza del Tribunale di Milano (Dr. Spera, Presidente sezione decima civile) ha ridotto il risarcimento del ciclista investito al 50%, attribuendogli un concorso di colpa dovuto al fatto che non fosse fornito di luci sulla bicicletta. Si aggiunga che il tramonto era già passato e la visibilità era quella notturna.
Il ciclista si era infatti rivolto al Giudice civile poiché l’assicurazione dell’automobilista gli aveva negato il risarcimento, eccependo appunto la mancanza di luci.
Il Giudice, con una Sentenza salomonica, ha propeso per una colpa concorsuale, non tanto per la mancanza di luci, accertata, quanto per la mancanza di prova certa circa l’esatta dinamica del sinistro, che impediva di delineare una colpa esclusiva dell’automobilista.
La dichiarazione del ciclista (“un autocarro mi tamponava facendomi cadere a terra”) contraddiceva infatti quella dell’automobilista (“mantenendomi distante dal margine destro della carreggiata, non mi accorgevo della presenza davanti a me, spostato sulla destra, di un ciclista senza luci e lo urtavo nella parte posteriore”).
All’automobilista è stata elevata una sanzione per non aver mantenuto adeguata distanza dal ciclista (violazione dell’art. 149 cod. strada) mentre al ciclista la violazione dell’art. 68, co. 6, cod. strada, per aver circolato SENZA apposite luci.
Nessuno ha impugnato le multe, quindi il Giudice ha deciso sulla base degli elementi riportati sulla relazione della Polizia Locale.
In assenza di contestazione il sinistro si è verificato secondo la dinamica rappresentata nella relazione della Polizia Locale.
In assenza di altre prove risultava quindi impossibile accertare il grado preciso delle colpe, considerando poi che entrambi i conducenti coinvolti avevano subito una sanzione e nessuno dei due l’aveva contestata, avvalorando quindi quanto riportato dagli agenti.
Il Giudice, pertanto, non avendo ulteriori elementi che confutassero uno la tesi dell’altro ha quindi concluso ritenendo che entrambi avevano circolato sulla pubblica via senza prestare pieno e rigoroso ossequio alle norme del cds, concorrendo così in egual misura nella responsabilità e causazione dell’incidente: l’automobilista per non aver tenuto distanze adeguate e condotta prudente, il ciclista per aver circolato al buio senza luci.
Di conseguenza, in applicazione dell’art. 2054 del codice civile (comma 2), norma invocabile e applicabile anche quando lo scontro avviene tra automobile e velocipede (Cass. 10304/09; 31702/18) viene stabilita la presuntiva concorsualità delle parti a produrre l’evento dannoso.
In conclusione e in soldoni al ciclista è stato riconosciuta soltanto la metà del risarcimento danno patito, per non avere avuto le luci dopo il tramonto, per non aver dimostrato l’esclusiva colpa dell’automobilista e di aver fatto il possibile per evitare l’incidente.
Il consiglio, andando oltre il tecnicismo giuridico per affrontare con ragione un processo civile, è quello di attenersi alle regole, scritte per la nostra sicurezza e applicare luci funzionanti (anteriore e posteriore), sempre accese: ne giova la nostra sicurezza ma anche l’eventuale diritto al risarcimento in caso di incidente.

Canarie a due ruote dove la bici si ama e si rispetta: un esempio da imitare.
Essere visibili, per i ciclisti su strada è un elemento fondamentale per la sicurezza, perché sui verbali redatti dalle forze dell’Ordine a seguito di incidenti con vittime ciclisti la frase più ricorrente tra le dichiarazioni degli automobilisti è: “NON L’HO VISTO!”
Per questo motivo è importante avere le luci, ma anche per altri due motivi: 1) la legge le impone a pena di una multa; 2) in caso di sinistro potresti vederti negare il risarcimento qualora venisse accertato che non le avevi nonostante l’obbligo di legge.
Su tutte le biciclette la legge impone infatti siano applicate luci anteriore e posteriore, con l’obbligo di accenderle dopo il tramonto. Il consiglio nostro è di accenderle sempre, anche di giorno, come predicava il mitico Nico Cereghini. Perché quando si pedala, specialmente sulle strade provinciali, tra il chiaro e lo scuro, non si è mai abbastanza visibili e una luce accesa potrebbe salvarci la vita.
Una recente sentenza del Tribunale di Milano (Dr. Spera, Presidente sezione decima civile) ha ridotto il risarcimento del ciclista investito al 50%, attribuendogli un concorso di colpa dovuto al fatto che non fosse fornito di luci sulla bicicletta. Si aggiunga che il tramonto era già passato e la visibilità era quella notturna.
Il ciclista si era infatti rivolto al Giudice civile poiché l’assicurazione dell’automobilista gli aveva negato il risarcimento, eccependo appunto la mancanza di luci.
Il Giudice, con una Sentenza salomonica, ha propeso per una colpa concorsuale, non tanto per la mancanza di luci, accertata, quanto per la mancanza di prova certa circa l’esatta dinamica del sinistro, che impediva di delineare una colpa esclusiva dell’automobilista.
La dichiarazione del ciclista (“un autocarro mi tamponava facendomi cadere a terra”) contraddiceva infatti quella dell’automobilista (“mantenendomi distante dal margine destro della carreggiata, non mi accorgevo della presenza davanti a me, spostato sulla destra, di un ciclista senza luci e lo urtavo nella parte posteriore”).
All’automobilista è stata elevata una sanzione per non aver mantenuto adeguata distanza dal ciclista (violazione dell’art. 149 cod. strada) mentre al ciclista la violazione dell’art. 68, co. 6, cod. strada, per aver circolato SENZA apposite luci.
Nessuno ha impugnato le multe, quindi il Giudice ha deciso sulla base degli elementi riportati sulla relazione della Polizia Locale.
In assenza di contestazione il sinistro si è verificato secondo la dinamica rappresentata nella relazione della Polizia Locale.
In assenza di altre prove risultava quindi impossibile accertare il grado preciso delle colpe, considerando poi che entrambi i conducenti coinvolti avevano subito una sanzione e nessuno dei due l’aveva contestata, avvalorando quindi quanto riportato dagli agenti.
Il Giudice, pertanto, non avendo ulteriori elementi che confutassero uno la tesi dell’altro ha quindi concluso ritenendo che entrambi avevano circolato sulla pubblica via senza prestare pieno e rigoroso ossequio alle norme del cds, concorrendo così in egual misura nella responsabilità e causazione dell’incidente: l’automobilista per non aver tenuto distanze adeguate e condotta prudente, il ciclista per aver circolato al buio senza luci.
Di conseguenza, in applicazione dell’art. 2054 del codice civile (comma 2), norma invocabile e applicabile anche quando lo scontro avviene tra automobile e velocipede (Cass. 10304/09; 31702/18) viene stabilita la presuntiva concorsualità delle parti a produrre l’evento dannoso.
In conclusione e in soldoni al ciclista è stato riconosciuta soltanto la metà del risarcimento danno patito, per non avere avuto le luci dopo il tramonto, per non aver dimostrato l’esclusiva colpa dell’automobilista e di aver fatto il possibile per evitare l’incidente.
Il consiglio, andando oltre il tecnicismo giuridico per affrontare con ragione un processo civile, è quello di attenersi alle regole, scritte per la nostra sicurezza e applicare luci funzionanti (anteriore e posteriore), sempre accese: ne giova la nostra sicurezza ma anche l’eventuale diritto al risarcimento in caso di incidente.

Feltri attacca, Zerosbatti difende e lo querela
L’ultima provocazione di Feltri: “I ciclisti mi piacciono solo quando vengono investiti”
A seguito delle gravi dichiarazioni del Direttore ci rendiamo disponibili a portare al signor Feltri tutti i casi di ciclisti investiti, con i loro postumi più o meno gravi, assistiti dalla ZEROSBATTI in questi anni passati sulle strade.
Si tratta di padri, madri, figli, mariti e mogli, tra loro anche molti nonni, e tra questi qualcuno non c’è più, lasciando nipoti e parenti a causa di una condotta illecita di un automobilista che la pensava magari come il signor Feltri.
Se si potesse gli porterei in un bicchiere lo sguardo stralunato di due genitori che hanno perso un figlio, lo farei entrare nella loro sofferenza, devastante, nell’assurdità e incredulità che il figlio sia morto a seguito di una disattenzione di un automobilista, pienamente colpevole.
Lo inviterei anche a pedalare con noi, quando senza possibilità di difenderci rischiamo la vita su strade anacronisticamente occupate da veicoli a motore, arroganti, prepotenti e pericolosi.
Gli mostrerei anche tutte le realtà, che forse non conosce, che esistono da tempo in Europa, impegnate per trasformare le città e renderle più sostenibili e a misura d’uomo, con i mille vantaggi per la salute, l’umore, il lavoro e i rapporti tra le persone.
Dovrei impiegare minuti preziosi a spiegare quanti benefici diretti e indiretti porta l’utilizzo della bicicletta, al cuore, ai polmoni, ai pensieri che nascono quando pedali, più liberi e leggeri, con una mente più attiva e brillante.
Potrei anche portare dati schiaccianti, che dimostrano che le collisioni tra auto e biciclette vedono quasi sempre la colpa degli automobilisti, e solo in percentuali insignificanti condotte illecite di ciclisti, ma in questo caso preferisco impiegare il mio tempo per scrivere questo articolo e redigere una querela, che depositerò nell’interesse di tutti i ciclisti che rappresentiamo con l’associazione ZEROSBATTI, per la promessa fatta, come prima realtà in Italia a prendersi cura giuridicamente della tutela dei diritti dei ciclisti.
Lo faccio perché sono un Avvocato e in questo ruolo ho l’obbligo professionale ma anche morale di impegnarmi nella difesa dei diritti lesi anzi calpestati e lo devo a tutti gli associati ciclisti e non, perché certe dichiarazioni non rimangano senza conseguenze.
Avv.Federico Balconi
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Corsie ciclabili sì o no? Abbattuta anche la “casa avanzata”
In questi giorni di fine estate il nostro Ministro Salvini ha annunciato la prossima approvazione (entro fine settembre) del nuovo Codice della Strada, una promessa che è stata associata all’eliminazione delle corsie ciclabili.
In realtà la riforma, contenente l’eliminazione delle corsie ciclabili, del sorpasso cautelare del ciclista e della casa avanzata, è al vaglio del Parlamento fin dal febbraio 2024 e con l’approvazione del Senato si completerebbe semplicemente l’iter legislativo, quindi nessuna novità di agosto.
Sul sorpasso del ciclista vale un capitolo a parte, mentre le due misure (corsie ciclabili e casa avanzata) avevano lo scopo di proteggere i ciclisti dal traffico veicolare, garantendo loro precedenze e zone invalicabili dagli automobilisti
Introdotte con il Decreto legge n. 34/2020, con lo scopo di tutelare, un minimo, i ciclisti ed incentivare la mobilità sostenibile le cosiddette “CORSIE CICLABILI” potrebbero già scomparire dal nostro nuovo codice della strada.
La corsia ciclabile, ad oggi in vigore, è definita all’Art. 3. 12-bis del codice della strada: parte longitudinale della carreggiata, posta di norma a destra, delimitata mediante una striscia bianca, continua o discontinua, destinata alla circolazione sulle strade dei velocipedi nello stesso senso di marcia degli altri veicoli e contraddistinta dal simbolo del velocipede.
Certo non costituisce la massima sicurezza per i ciclisti, poiché le automobili possono impegnarla, seppur per brevi tratti, e secondo le dimensioni della carreggiata e se delimitata da strisce discontinue.
La nuova norma, come riformata nel nuovo codice, lascerebbe ancor più agio agli automobilisti, liberi di impegnarle e promiscuità (questo è il termine utilizzato nel nuovo articolo), così da perdere ogni scopo di protezione riguardo ai ciclisti, non più privilegiati e protetti ma semplicemente “agevolati”:.
A differenza della pista ciclabile, che attribuisce al ciclista l’uso esclusivo la corsia ciclabile ante riforma poteva essere occupata solo in determinati casi, quando vi siano fermate di trasporto pubblico o per consentire soste o fermate nei casi vi sia sosta laterale veicolare, ma comunque l’invasione delle auto era prevista solo per brevi tratti e per un tempo limitato e in ogni caso concedendo sempre e comunque la precedenza al ciclista.
La loro utilità, specialmente nelle città, era fuori discussione poiché costringeva gli automobilisti a prestare più rispetto e attenzione verso i ciclisti, specie se con linea continua ed era rafforzata dall’art. 145 del cds 4-ter “lungo le strade urbane i conducenti degli altri veicoli hanno l’obbligo di dare la precedenza ai velocipedi che circolano sulle corsie ciclabili”, ciò che garantiva al ciclista, in caso di incidente, la ragione esclusiva.
Con il nuovo codice della strada, al momento al vaglio del Senato, con i suoi 770 emendamenti, tornerebbe una strada da condividere in modo promiscuo con tutti gli altri veicoli.
Le strade torneranno quindi ad essere occupate senza limite e per tutta la loro larghezza dalle automobili, con i ciclisti relegati al margine destro senza alcun segnale di tutela.
Non è chiaro, perché assessori e Sindaci si stanno confrontando sul punto, se verranno o meno cancellate anche materialmente dall’asfalto, ed in tal caso ipotizziamo uno spreco di denaro (per farle e poi disfarle).
Le motivazioni addotte, ben poco convincenti e smentite dai fatti, imputavano alle strisce delimitanti le corsie ciclabili motivo di confusione e restringimenti delle carreggiate, con aumento di incidenti, ciò che stride con il solo buon senso e dati alla mano.
Gli incidenti sono infatti da imputarsi a ben altre ragioni, prima fra tutte la velocità, associata a manovre scellerate degli automobilisti, dall’aumento di automobili e del traffico e dalla crescente conflittualità sulle strade, con assenza di controlli.
In questo contesto verrebbero quindi eliminate 80 km di corsie solo a Milano, restituendo spazi duramente conquistati dai ciclisti agli automobilisti, che potranno proseguire a regnare sulle strade, percependo e rispettando il ciclista sempre meno, considerandolo sempre più un intralcio non legittimato a stare sulla strada.
Invariato invece l’Art. 182. 9 cChe obbliga i ciclisti a transitare sulle piste ciclabili quando esistono.
Abrogata anche la “casa avanzata”, anch’essa introdotta nel 2020, a dire il vero ben poco realizzata o conosciuta.
Si tratterebbe di una zona da realizzare nelle intersezioni semaforiche, lungo le strade con velocità consentita inferiore a 50 km/h e posta ad una distanza di tre metri dalla linea di arresto prevista per gli altri veicoli.
Avrebbe dovuto prevedere una posizione che permetta l’arresto e la ripartenza in sicurezza, rimanendo pienamente visibili agli altri veicoli.
Le norme non sono ancora in vigore, perché il nuovo codice della strada è ancora in Parlamento, ma dalla proposta di modifica ha dato risultati allarmanti, e i dati ISTAT fanno emergere una situazione che stona con le annunciate finalità di incentivo all’utilizzo delle due ruote o altri mezzi alternativi.
In sintesi il codice non è ancora approvato ma la sola promessa ha già dato i primi esiti e sono preoccupanti per i ciclisti, ai quali verranno tolte distanze di sicurezza in fase di sorpasso, corsie ciclabili, case avanzate e zone 30 con strade che saranno in senso opposto alle finalità dichiarate.
Passi indietro, ma più grave disallineati con le direttive Europee e con direzione opposta a quella presa dagli altri paesi d’Europa proiettati alla mobilità sostenibile, alla difesa dell’uomo, della sua salute, della natura e dello sport.

Strada o campo di battaglia?
Abbiamo raccolto le loro dichiarazioni durante l’ultimo Giro d’Italia«Sono ragazzi, figli, padri, fratelli, persone, quelli che insultate e ponete in pericolo quando superate a pochi centimetri, considerandoli un intralcio, rischiando la loro vita e di toglierla ai loro famigliari.» Sono le parole di Joxean Matxin, general manager del team UAE, di Tadej Pogacar, pronunciate con la passione di chi vive questo sport di fianco ai corridori. Andrebbero scritte all’ingresso di ogni strada provinciale, via cittadina, sui cruscotti delle automobili, per ricordare a tutti che la strada non è un campo di battaglia, soprattutto quando le parti sono così squilibrate, e che ogni volta che si compie una manovra pericolosa nei confronti di un ciclista (parte vulnerabile della strada, così è definito dalla legge), si mette a repentaglio una vita.
Abbiamo raccolto questo appello in occasione del Giro d’Italia, nella pausa di Livigno. Un appello che è stato ribadito dai corridori, che hanno espresso una preoccupazione forte e pesante, denunciando una condizione di disagio sulla strada, una sensazione di continuo pericolo e di astio crescente da parte degli automobilisti.
Una preoccupazione che cresce
Chi pedala sulle nostre strade sa benissimo di cosa parlano questi corridori, perché in gran parte del nostro Paese gli allenamenti non sono così sereni, gli automobilisti sono «arrabbiati, nervosi, sembra che non ci sopportino o che non tollerino la nostra presenza e questi atteggiamenti creano situazioni di serio pericolo», così ci dice Giulio Pellizzari, il più giovane tra i partecipanti alla
corsa rosa, alla vigilia del suo exploit con Pogacar. «Dobbiamo allenarci in serenità, poterci concentrare sugli obiettivi e invece si pedala con la paura che qualcuno ti possa investire» gli fa eco Nicola Conci. Dello stesso parere è anche Luca Covili, che si ritrova spesso a preoccuparsi più delle auto che sfrecciano piuttosto che dei suoi allenamenti.
«La strada è il nostro ufficio – esordisce Edoardo Zambanini, allarmato per lo svolgimento del loro lavoro di corridori, ma anche per gli amatori o per chi usa la bici per recarsi al lavoro o farsi un giro “salutare” –. In Italia è diventato troppo pericoloso, perché non c’è alcun rispetto sulle strade e la fretta o il nervosismo giocano bruttissimi scherzi, tanto che basta un nulla perché il tutto si trasformi in una tragedia.»
Bruno Cenghialta, direttore sportivo del Team Astana, invita tutti gli automobilisti a mettersi al volante con maggiore consapevolezza dei rischi che si fanno correre agli altri utenti della strada, in particolare ai ciclisti: «Si tratta di ragazzi che si impegnano, fanno enormi sacrifici, oggi tutti estremamente educati sulla strada, meritano rispetto, e sono un esempio per i giovani ma anche per gli amatori e per tutti quelli che utilizzano le due ruote, uno sport meraviglioso che, però, in questi anni è funestato dal pericolo di incidenti. Incidenti che sono in aumento sia per numero sia per gravità delle conseguenze».
Guardando un po’ più in là
Atleti e manager quindi lanciano un appello garbato ma carico di tensione a tutti gli automobilisti e a tutti i ciclisti. Un messaggio, per i primi, che vuole essere positivo, di pace e di convivenza pacifica e un invito, per i secondi, a comportarsi nel modo più corretto, evitando distrazioni o manovre pericolose (quelle lasciamole alle competizioni) e, ovviamente, a iscriversi alla nostra associazione Zerosbatti, che da anni tutela e protegge tutti i ciclisti, ottenendo non solo il risarcimento dei danni subiti in caso di incidente, ma portando alle istituzioni l’importante richiesta di più sicurezza e norme più efficaci a salvaguardia di tutti gli amanti delle due ruote, che siano atleti, amatori o ciclisti urbani.
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