
Le regole per ciclisti cittadini, vittime sempre e comunque
Dopo aver pedalato in vacanza, e toccato con mano quanto faccia bene la bicicletta, con tutti i vantaggi che porta al sistema cardiovascolare, alle articolazioni, all’umore, quanto ci si guadagni in benessere, di corpo e mente, magari in Spagna o Francia, godendo del rispetto per il ciclista, senza quella sensazione di fare da bersaglio, eccoci al rientro alla realtà, ai clacson, ai peli che ti fanno certi automobilisti, alla prepotenza alle rotonde, agli incroci, nei sorpassi, con la paura che torna a dominare il nostro giro in bicicletta, che sia per sport o trasporto.
Tornano i pensieri al nuovo Codice della strada, ancora parcheggiato in Parlamento con i suoi 770 emendamenti, che comunque non porterà grandi miglioramenti, anzi, in merito alla tutela dei ciclisti sarà l’ennesimo passo indietro.
Sarebbe un attimo abbandonare le due ruote, e molti lo fanno, dopo un incidente o uno spavento, anche indiretto, ma non bisogna mollare ed anzi continuare ad andare in bici, riempire le strade di biciclette, viaggiare in fila per due, dove consentito, restituendo il ritmo umano alle città e porre le auto in minoranza.
Ne gioverebbero tutti, compresi gli automobilisti che per ragioni urgenti ed invalicabili non possono fare a meno delle quattro ruote.
La strada è lunga e ostacolata dalle stesse forze politiche, tant’è che la percezione comune attuale è che il ciclista abbia sempre torto, ed è una convinzione che deriva dal fatto che non si conoscono le regole, e niente di meglio che puntare il dito sulla parte più debole e “fastidiosa”, il ciclista appunto, che intralcia, sbanda, disturba, viaggia in mezzo alla strada, rallentando il cammino.
IN FILA PER DUE: SI PUÒ
Così molti non sanno che, ad esempio, nei centri abitati i ciclisti possono pedalare appaiati, in fila per due, purché le condizioni della strada lo consentano, e se c’è zona 30 con divieto di sorpasso parrebbe ovvio che l’automobilista non debba protestare e adeguarsi.
Nelle città si può, ed anzi bisogna pretenderlo e appropriarsi degli spazi, perché limiti di velocità e ampiezza delle sedi stradali lo consentono, perché le auto dovrebbero andare molto più lentamente di quanto facciano, perché non è consentito effettuare sorpassi azzardati o sfrecciare tra incroci, rotaie, attraversamenti pedonali.
Le condizioni consentono ai ciclisti di pedalare fianco a fianco, ed anzi sarebbe più sicuro per i ciclisti per almeno tre motivi:
a) Sono piu visibili
b) Costringono l’automobilista a rallentare prima di effettuare il sorpasso
c) Costringono lìautomobilista ad attendere di avere la corsia libera senza fare “peli” all’interno della stessa corsia
SUL MARCIAPIEDE NO, ANCHE SE…
Sul marciapiede no: questo non sarebbe mai consentito e nel caso incappassimo in un vigile zelante è multa sicura.
Vero è che certe condizioni non lasciano scelta, quando pavè dissestato, rotaie del tram, auto in doppia, ed altre che ti sorpassano “a pelo” non rimane scelta se non balzare sul marciapiede.
La multa sarebbe legittima e non vi sarebbe modo di impugnarla, con il rammarico che se ci fossero alternative, ciclabili, il problema non sussisterebbe. Se proprio si deve però, è d’obbligo prestare molta attenzione ai pedoni, scusandoci per il disagio di entrambe le parti, ed evitare di costituire pericolo.
SULLE STRISCE SI
Meno lineare il discorso strisce, sulle quali non sempre vi è obbligo di proseguire a piedi, ed anzi per lo più si può evitare di scendere dalla bici, sempre se non provochiamo pericolo o intralcio, ma sempre precedenza ai pedoni.
VALE TUTTO
Per rimanere in terreno cittadino, inutile ribadire che in bici valgono le stesse regole degli altri veicoli, quali il semaforo, la precedenza, il divieto di utilizzo di smartphone o di guidare in stato di ebbrezza.
Si aggiunge l’obbligo di stare a destra, per quanto possibile e secondo le condizioni del manto stradale.
Altri obblighi: mani sempre sul manubrio, almeno una, e tenere una condotta di guida sempre all’insegna della prudenza, con velocità che consentano di deviare o evitare ostacoli, buche ed altri imprevisti.
CICLABILI, QUANDO MAI
Le ciclabili, quando ci sono, siamo obbligati a prenderle, salvo si trattasse di ciclopedonali o piste promiscue, popolate da pedoni, animali domestici, monopattni ecc. In quei casi non si tratterebbe di piste “riservate ai ciclisti”, come le descrive il codice, quindi non più obbligatorie, ed anzi sconsigliatissime.
Attenzione poi ai limiti di velocità, specialmente sulle ciclabili, dove il limite non supera quasi mai i 20 km orari e in molti tratti nemmeno i 15 o addirittura 10!
Se utilizziamo la bici per andare al lavoro o altri spostamenti all’interno della città, nessun problema, anche se i 10 km orari sono praticamente impossibili perché corrispondono a poco piu che al passo d’uomo.
Su alcune strade, ad esempio le alzaie, il limite dei 10 orari è rigoroso e demotiva qualunque ciclista sportivo, costretto a tornare sulla strada veicolare, tra insulti e spaventi mortali.
Vi è da aggiungere però che tali limiti vanno adottati solo in tutte le situazioni di pericolo o di potenziale pericolo, pertanto, qualora la pista fosse libera e senza pedoni allora si può spingere anche oltre i limiti.
La legge legittima quindi le multe ai ciclisti che oltrepassano i limiti di velocità imposti, ma solo se il limite è giustificato da una oggettiva situazione di pericolo.
In ogni caso, la CICLO PEDONALE, pur essendo facoltativa e quindi non costituisce obbligo di percorrenza per i ciclisti, se lo scopo è quello di recarsi al lavoro o altri spostamenti all’interno della città, il consiglio è di prenderla, con tutta calma e godendosi il viaggio a velocità moderata.
Le città, seppur lentamente, si stanno muovendo per aumentare e migliorare l’utilizzo delle due ruote, intensificando le ciclabili, le zone 30, che ci si augura siano sempre più numerosi, considerando che proprio la velocità è il primo elemento responsabile di incidenti gravi.
CICLISTI RACCOMANDATI
La raccomandazione al rispetto delle regole, quando possibile e quando situazioni oggettive ci costringono al non rispetto, ci pone in una posizione di correttezza, condizione essenziale per poter protestare e chiedere attenzioni e cambiamenti, reclamando il fatto che senza regole nuove, strutture che ci proteggano e controlli non ci resta che il fai da te della sopravvivenza, scegliendo di volta in volta il male minore o la via meno pericolosa, inasprendo però una convivenza che diventa ogni giorno più difficile e che al momento vede quali uniche vittime sempre e comunque i ciclisti.

Canarie a due ruote dove la bici si ama e si rispetta: un esempio da imitare.
L’uomo al centro degli interessi, la sua salute, il suo benessere psicofisico, il suo equilibrio e soprattutto la sua incolumità: è la scelta compiuta dalle Isole Canariea, che hanno preso provvedimenti decisi, quali i limiti di velocità a 30 o 40, la realizzazione di piste ciclabili, i controlli stradali, la manutenzione delle strade, investendo così sul ciclismo, per consentire di apprezzarne il territorio e sfruttarne il clima, proiettandosi anche nella mobilità urbana a due ruote.
Chi l’ha provata ha assaporato il gusto di pedalare in sicurezza, godendo di ogni metro percorso, il contatto con la natura, assaporando ogni curva, tornante, vista a strapiombo, in piena libertà, senza la paura di essere investito o cadere a causa di una buca.
Sembra un miraggio ma non lo è, sono andato a Gran Canaria ed ho toccato con mano la sensazione di andare in bici in un luogo dove l’obiettivo è raggiunto: la sicurezza e il rispetto delle persone e per la vita al primo posto.
Ho trovato strade con asfalto perfetto e tragitti per ogni livello, salite ripide e discese divertenti, con viste mozzafiato e qualche momento adrenalinico ma mai, nemmeno per un istante, mi sono sentito minacciato dagli automobilisti, ed anzi al contrario, anche in salita, a passo d’uomo, mi sono reso conto che rigorosamente attendevano un mio gesto per superarmi, talvolta nemmeno su invito… perché alle Canarie gli automobilisti ti sorpassano solo se sono totalmente sicuri di non farti correre alcun pericolo
Il clacson non esiste, se non per segnalare con garbo, e aspettano finché non possono saltare nell’altra corsia, a passo lentissimo, garantendoti così una manovra in totale sicurezza.
Neanche da aggiungere, perché chi ha pedalato qui lo sa: talvolta si sporgono dal finestrino per incitarti o applaudirti… cose da pelle d’oca!
I giorni sono volati e avrei voluto vedere ancora di più, perché la natura offre paesaggi unici ma soprattutto si è fatto tantissimo per i ciclisti e per la viabilità, con limiti di velocità rigorosi, a 20, 30, 40 e 60, e tutti li rispettano, anche perché i controlli di Polizia sono serrati.
In tutti i centri abitati la velocità non è mai consentita oltre ai 40 orari ma ciò che sorprende di più è la convivenza pacifica tra automobilisti e ciclisti, forse perché si è capito che ne guadagnano non solo i ciclisti, ma gli stessi automobilisti, che vivono il trasporto in auto in serenità, senza inutile stress.
In queste isole i veicoli a motore sono finalizzati a mero mezzo di trasporto, per sfruttare la bellezza del territorio e consentire ai turisti di godere della vacanza senza incidenti o contrattempi.
Prima delle rotonde si rallenta a prescindere, così davanti agli incroci o prima di una curva, per garantirsi quel margine in più di sicurezza, quello che in Italia non è nemmeno contemplato e anzi si viaggia sempre al limite, così dinanzi al minimo imprevisto il più delle volte arriva l’incidente.
Un connubio tra regole ferree e controlli rigorosi, ma soprattutto con il cambiamento culturale, votato alla dolcezza del trasporto e alla serenità, consentendo così ad ognuno di praticare sport, che sia Surf, Kite o ciclismo senza pericoli negli spostamenti.
Nessuno si azzarda a superare i limiti, e gli incidenti sono quasi annullati perché – lo possiamo confermare dati alla mano – gli incidenti, specialmente quelli con esiti gravi, scaturiscono sempre dall’eccessiva velocità, tra tutti gli elementi il più responsabile di morti e feriti gravi sulle strade.
Un esempio per l’Italia, visto che queste isole sono frequentate da molti italiani, per far leva su una Politica confusa e contraddittoria, che non riesce a dare un’impronta decisa e protesa al cambiamento, e non molla il piede dai pedali dei veicoli a motore.
Non solo bellezza e varietà dei percorsi, da quelli ondulati della costa o alle salite, il vero piacere è nelle strade con fondo perfetto, senza insidie, senza buche.
Si può affermare quindi che le Canarie costituiscono un esempio di sostenibilità, che tiene conto nelle sue scelte politiche dell’impatto ambientale, rendendosi così sempre più attrattiva per i numerosi turisti sensibili al tema ambiente.
Ed è proprio in questa prospettiva che la bicicletta diventa regina, i ciclisti amati e non solo rispettati, che siano professionisti, amatori o pedalatori semplicemente turistici, che utilizzano pedalate assistite, ma anche e soprattutto per chi utilizza la bici quale ideale mezzo di trasporto.
E’ in questa prospettiva che tutti ne traggono vantaggio e piacere, creando un circuito virtuoso, un clima di convivenza distesa, una mobilità urbana evidentemente improntata sulle biciclette, con città sono costellate di piste ciclabili, perfette e colorate.
Se poi aggiungiamo il sorprendente rispetto delle regole, il silenzio dei clacson, le distanze nei sorpassi, rigorosamente sopra ai 2 metri e a passo lento, con limiti di velocità che a volte appaiono impossibili da rispettare, l’unico motto possibile può essere “godetevi il viaggio”.

Canarie a due ruote
L’uomo al centro degli interessi, la sua salute, il suo benessere psicofisico, il suo equilibrio e soprattutto la sua incolumità: è la scelta compiuta da quest’isola, che ha preso provvedimenti decisi, quali i limiti di velocità a 30 o 40, la realizzazione di piste ciclabili, i controlli stradali, la manutenzione delle strade, investendo così sul ciclismo, per consentire di apprezzarne il territorio e sfruttarne il clima, proiettandosi anche nella mobilità urbana a due ruote.Chi l’ha provata ha assaporato il gusto di pedalare in sicurezza, godendo di ogni metro percorso, il contatto con la natura, assaporando ogni curva, tornante, vista a strapiombo, in piena libertà, senza la paura di essere investito o cadere a causa di una buca.
Sembra un miraggio ma non lo è, sono andato a Gran Canaria ed ho toccato con mano la sensazione di andare in bici in un luogo dove l’obiettivo è raggiunto: la sicurezza e il rispetto delle persone e per la vita al primo posto.
Ho trovato strade con asfalto perfetto e tragitti per ogni livello, salite ripide e discese divertenti, con viste mozzafiato e qualche momento adrenalinico ma mai, nemmeno per un istante, mi sono sentito minacciato dagli automobilisti, ed anzi al contrario, anche in salita, a passo d’uomo, mi sono reso conto che rigorosamente attendevano un mio gesto per superarmi, talvolta nemmeno su invito…perché alle Canarie gli automobilisti ti sorpassano solo se sono totalmente sicuri di non farti correre alcun pericolo
Il clacson non esiste, se non per segnalare con garbo e aspettano, finché non possono saltare nell’altra corsia, a passo lentissimo, garantendoti così una manovra in totale sicurezza.
Neanche da aggiungere, perché chi ha pedalato qui lo sa: talvolta si sporgono dal finestrino per incitarti o applaudirti…robe da pelle d’oca!
I giorni sono volati, ed avrei voluto vedere ancora di più, perché la natura offre paesaggi unici ma soprattutto si è fatto tantissimo per i ciclisti e per la viabilità, con limiti di velocità rigorosi, a 20, 30, 40 e 60, e tutti li rispettano, anche perché i controlli di Polizia sono serrati.
In tutti i centri abitati la velocità non è mai consentita oltre ai 40 orari ma ciò che sorprende di più è la convivenza pacifica tra automobilisti e ciclisti, forse perché si è capito che ne guadagnano non solo i ciclisti, ma gli stessi automobilisti, che vivono il trasporto in auto in serenità, senza inutile stress.
In queste isole i veicoli a motore sono finalizzati a mero mezzo di trasporto, per sfruttare la bellezza del territorio e consentire ai turisti di godere della vacanza senza incidenti o contrattempi.
Prima delle rotonde si rallenta a prescindere, così davanti agli incroci o prima di una curva, per garantirsi quel margine in più di sicurezza, quello che in Italia non è nemmeno contemplato ed anzi si viaggia sempre al limite, così dinanzi al minimo imprevisto il più delle volte arriva l’incidente.
Un connubio tra regole ferree e controlli rigorosi, ma soprattutto con il cambiamento culturale, votato alla dolcezza del trasporto e alla serenità, consentendo così ad ognuno di praticare sport, che sia Surf, Kite o ciclismo senza pericoli negli spostamenti.
Nessuno si azzarda a superare i limiti, e gli incidenti sono quasi annullati, perché lo possiamo confermare dati alla mano, gli incidenti, specialmente quelli con esiti gravi, scaturiscono sempre dall’eccessiva velocità, tra tutti gli elementi il più responsabile di morti e feriti gravi sulle strade.
Un esempio per l’Italia, visto che queste isole sono frequentate da molti italiani, per far leva su una Politica confusa e contraddittoria, che non riesce a dare un’impronta decisa e protesa al cambiamento, e non molla il piede dai pedali dei veicoli a motore.
Non solo bellezza e varietà dei percorsi, da quelli ondulati della costa o alle salite, il vero piacere è nelle strade con fondo perfetto, senza insidie, senza buche.
Si può affermare quindi che le Canarie costituiscono un esempio di sostenibilità, che tiene conto nelle sue scelte politiche dell’impatto ambientale, rendendosi così sempre più attrattiva per i numerosi turisti sensibili al tema ambiente.
Ed è proprio in questa prospettiva che la bicicletta diventa regina, i ciclisti amati e non solo rispettati, che siano ciclisti professionisti, amatori, o pedalatori semplicemente turistici, che utilizzano pedalate assistite, ma anche e soprattutto per chi utilizza la bici quale ideale mezzo di trasporto.
E’ in questa prospettiva che tutti ne traggono vantaggio e piacere, creando un circuito virtuoso, un clima di convivenza distesa, una mobilità urbana evidentemente improntata sulle biciclette, con città sono costellate di piste ciclabili, perfette e colorate.
Se poi aggiungiamo il sorprendente rispetto delle regole, il silenzio dei clacson, le distanze nei sorpassi, rigorosamente sopra ai 2 metri e a passo lento, con limiti di velocità che a volte appaiono impossibili da rispettare, l’unico motto possibile può essere “godetevi il viaggio”.
Federico Balconi

Corridori e dirigenti chiedono rispetto: «la strada è il nostro ufficio»
«Sono ragazzi, figli, padri, fratelli, persone, quelli che insultate e ponete in pericolo quando superate a pochi centimetri, considerandoli un intralcio, rischiando la loro vita e di toglierla ai loro famigliari».
Sono le parole di Joxean Matxin, general manager del team UAE di Tadej Pogacar, pronunciate con la passione di chi vive questo sport di fianco ai corridori, e andrebbero scritte all’ingresso di ogni strada provinciale, via cittadina, sui cruscotti delle automobili, per ricordare a tutti che la strada non è un campo di battaglia, soprattutto quando le parti sono così squilibrate, e ogni volta che si compie una manovra pericolosa nei confronti di un ciclista (parte vulnerabile della strada, così definito dalla legge), si mette a repentaglio una vita.
«Ogni ciclista, professionista o amatore, ha diritto a tornare a casa dai propri cari ogni volta che esce in bicicletta».
Bisogna fare qualcosa per sensibilizzare e far capire a tutti gli automobilisti, a quella minoranza che si comporta male sulla strada, che quando succede una tragedia ne pagano tutti le conseguenze ed è una cosa stupida perché molte volte questi comportamenti sono solo per non perdere quei pochi secondi ed attendere di effettuare un sorpasso in totale sicurezza.
Abbiamo raccolto questo appello in occasione del Giro d’Italia, nella pausa di Livigno, ribadito dai corridori, che hanno espresso una preoccupazione forte e pesante, denunciando una condizione di disagio sulla strada, una sensazione di continuo pericolo e di astio crescente da parte degli automobilisti.
Chi pedala sulle nostre strada sa benissimo di cosa parlano questi corridori, perché in gran parte del nostro paese gli allenamenti non sono così sereni, gli automobilisti sono “arrabbiati, nervosi, sembra che non ci sopportino o che non tollerino la nostra presenza e questi atteggiamenti creano situazioni di serio pericolo”, così ci dice Giulio Pellizzari, il più giovane tra i partecipanti al giro d’Italia, alla vigilia del suo exploit con Pogacar.
«Dobbiamo allenarci in serenità, poterci concentrare sugli obiettivi e invece si pedala con la paura che qualcuno ti possa investire!»: Nicola Conci esprime la sua preoccupazione per quello che accade sulle strade, sempre meno sicure.
Stesso concetto espresso da Luca Covili, che si ritrova spesso a preoccuparsi più delle auto che sfrecciano piuttosto che dei suoi allenamenti.
«La strada è il nostro ufficio», così esordisce Edoardo Zambanini, preoccupato per lo svolgimento del loro lavoro di corridori, ma anche per gli amatori o chi usa la bici per andare al lavoro o farsi un giro “salutare”: «è diventato troppo pericoloso, perché non c’è alcun rispetto sulle strade e la fretta o il nervosismo giocano bruttissimi scherzi, tanto che basta un nulla perché il tutto si trasformi in una tragedia».
Ci sono paesi come la Francia, la Spagna, il Belgio, l’Olanda, solo per citarne alcuni, dove i ciclisti vengono rispettati ed anzi ammirati, al punto che se non c’è sufficiente spazio ti stanno dietro anche a 15 all’ora, pur di non metterti in pericolo, mentre qui ti sfrecciano a velocità folli sfiorandoti, senza minimamente considerare il rischio che stai correndo.
Bruno Cenghialta, direttore sportivo del Team Astana invita tutti gli automobilisti a mettersi al volante con maggiore consapevolezza dei rischi che si fanno correre agli altri utenti della strada, in particolare i ciclisti, che si trovano in una posizione di grande vulnerabilità.
«Si tratta di ragazzi che si impegnano, fanno enormi sacrifici, oggi tutti estremamente educati sulla strada, meritano rispetto, e sono un esempio per i giovani ma anche per gli amatori e per tutti quelli che utilizzano le due ruote, uno sport meraviglioso che però in questi anni è funestato dal pericolo di incidenti. Incidenti che sono in aumento sia per numero che per gravità delle conseguenze».
Atleti e Manager quindi lanciano un appello, garbato ma carico di tensione, a tutti gli automobilisti, un messaggio che vuole essere positivo, di pace e di convivenza pacifica, nello stesso tempo a tutti i ciclisti di comportarsi nel modo più corretto, evitando distrazioni o manovre pericolose (quelle lasciamole alle competizioni) e ovviamente di iscriversi alla nostra associazione ZEROSBATTI, che da anni tutela e protegge tutti i ciclisti, ottenendo non solo il risarcimento dei danni subiti in caso di incidente ma portando alle Istituzioni un messaggio importante di richiesta di più sicurezza e norme più efficaci a salvaguardia di tutti i ciclisti, che siano atleti, amatori o ciclisti urbani.

Tamponato e multato, vittima due volte: perchè ci vuole l’avvocato
Tamponato, fratturato e multato, il ciclista alla mercè non solo di automobilisti irresponsabili, che azzardano manovre dagli esiti infausti, ma anche delle Autorità che, nell’intervenire, anziché accertare le responsabilità, si concentrano sulla ricerca di una qualche irregolarità che il ciclista, sicuramente, abbia commesso.
Si chiama pregiudizio e in questi casi pregiudica le speranze di ottenere giustizia e risarcimento dei danni da parte dello sventurato ciclista.
E’ questo il caso di un ciclista che regolarmente pedalava ai margini della strada e veniva tamponato da un automobilista, evidentemente distratto o che aveva calcolato male le distanze in fase di sorpasso, urtandolo e stritolando la bicicletta sotto le ruote.
Intervenute le forze dell’Ordine, pur avendo constatato la bici inequivocabilmente ancora sotto le ruote dell’auto investitrice, elevano, senza saper né leggere né scrivere, una contravvenzione al solo ciclista per non essersi attenuto, a parere loro, all’obbligo di tenere il margine destro della carreggiata.
Un verbale che grida giustizia! Un verbale che andrà impugnato, sia in sede amministrativa sia in sede penale, con querela, ricorso e citazione del responsabile.
Un verbale che potrebbe costare caro al ciclista, vittima del tamponamento e vittima della maldestra quanto pregiudizievole azione degli agenti intervenuti.
Nessun rilievo, nessuna prova ma una semplice presunzione, da parte degli agenti, di conoscere il punto d’urto, la posizione del ciclista e la manovra dell’automobilista, rimasto indenne e senza alcuna sanzione.
In questi casi l’assicurazione eccepirà che il ciclista è quello irregolare nell’incidente, per la presenza di un verbale sfavorevole, pertanto rigetterà la richiesta di risarcimento.
Ci vuole quindi un’azione tempestiva che smonti gli elementi negativi, con una certa irruenza legale, ma soprattutto con esperienza professionale.
La tutela legale, immediata e qualificata, in questi casi fa la differenza tra ottenere giustizia, e quindi il ristoro dei danni, e l’ingiustizia di vedersi negato, nonostante l’evidenza dei fatti, il riconoscimento e la tutela dei propri diritti, e quindi del risarcimento, rimanendo vittima due volte.
Il Verbale andrà quindi impugnato, sia con ricorso sia con querela di falso, agendo poi in sede civile per il risarcimento dei danni, ristabilendo così l’equità e la giustizia.
Ci starebbe anche un’omissione da parte degli agenti che non hanno ritenuto di elevare alcuna contravvenzione all’automobilista, nonostante abbia violato più di un articolo, per non aver tenuto le distanze adeguate dal ciclista in fase di sorpasso o non essere stato in grado di arrestare il veicolo dinanzi all’ostacolo.
In sintesi per gli agenti è corretta e legittima la manovra di un automobilista che trovando un ciclista sul proprio cammino lo investa calpestando bicicletta e diritti.
Il consiglio ed anzi l’invito è quindi quello di non lasciare che l’ingiustizia faccia il suo corso, ma ribellarsi ed agire, con tempestività e competenza, non solo per il caso singolo ma anche per arrestare sul nascere un modus operandi che lascerebbe i ciclisti vittime di incidenti nel danno e nella beffa, mentre avere un Avvocato e una tutela immediata farebbe la differenza tra il torto e la ragione.

Acquisto ad alto rischio
Comprare sul web a prezzi più che convenienti nasconde sempre gravi pericoli, che il più delle volte si traducono – in termini legali – in reati penali, come contraffazione o ricettazione. Entriamo nei dettagli con il nostro esperto
Un dato di fatto: le bici costano care e qualunque appassionato potrebbe farsi sedurre da questi capolavori di tecnologia ed estetica, al punto di lasciarsi tentare, pur di poterli esibire nelle proprie uscite con gli amici, dalle proposte via internet, che propongono prezzi sensibilmente ridotti rispetto a quelli delle vie ufficiali.
Cosa c’è dietro
Le vie online sono da evitare poiché il più delle volte (ad eccezione di usati garantiti) si tratta di alternative illecite, con provenienza che possiamo definire “dubbia” per non affermare che certamente acquisteremmo oggetti rubati o contraffatti. Tralasciando il giudizio morale di tali comportamenti, che non fanno che alimentare mercati illeciti, incentivando criminali a compiere reati quali il furto e la contraffazione, dobbiamo comunque tenere ben presente che se compriamo beni di cui non abbiamo più che certezza della provenienza, rischiamo di commettere reati che vanno dalla ricettazione, art. 648 codice penale, all’acquisto di cose di sospetta provenienza (incauto acquisto, art. 712 c.p.), ai quali si aggiunge la contraffazione (art. 473 c.p.).
Dalla multa al carcere
Le pene sono più severe di quanto si possa pensare – arrivano fino al carcere –, ed è un attimo ritrovarsi in un giro di commercio illegale che la Polizia Postale stava già monitorando all’atto dello scambio della bici per il prezzo. A nulla valgono le scuse come, per esempio, la più che comune “non sapevo fosse rubata”, poiché ci sono elementi dai quali le autorità possono dedurre la conoscenza certa della provenienza illecita, facendo scattare l’imputazione per ricettazione.
Processo penale, condanna, spese salate e multa: sono queste le conseguenze che ci toglieranno il sonno per qualche anno. Non ne vale proprio la pena, considerato anche che in bici ci vogliono sempre e comunque le gambe ed esistono oggetti a prezzi più abbordabili con prestazioni che non sono da meno.
Tutte le ipotesi di reato
Acquistare un prodotto di dubbia provenienza può costare caro in base al nostro grado di coinvolgimento psichico, a partire dall’utilizzo a cui destiniamo l’acquisto, se personale o a scopo di rivendita, meno grave il primo, configurante un reato il secondo.
L’elemento soggettivo, vale a dire il grado di consapevolezza, è ciò che distingue la ricettazione (piena consapevolezza della provenienza illecita del bene) dall’incauto acquisto (probabile sospetto).
La differenza tra i due reati è di non poca rilevanza, poiché con la ricettazione si rischiano da 2 a 8 anni, con una multa che può arrivare a 10.329,00 euro, mentre l’incauto acquisto prevede il solo arresto fino a 6 mesi e un’ammenda non inferiore a 10 euro.
Il rischio però di vedersi contestato il primo non è così remoto e dipende da alcuni fattori indiziari, quali l’esorbitante differenza di prezzo pagato (per intenderci se acquistiamo una nota marca di bici del valore di listino di 14.000 euro pagandola 5.000 euro, non possiamo certo sostenere che non fossimo consapevoli della provenienza illecita: si tratta sicuramente di merce rubata o contraffatta).
Ancora, se compriamo una bici a prezzo stracciato di una taglia inferiore alla nostra, è evidente che la destinazione non è un uso personale e pertanto si ricade nuovamente nella ricettazione.
Di non poco conto sono anche le conseguenze per chi commercia in beni contraffatti, le cui pene vanno da 6 mesi a 3 anni, con multe che possono raggiungere i 7.000 euro fino a comportare sanzioni milionarie qualora l’affare sia gestito, ad esempio, da un commerciante importatore (da 20.000,00 euro fino a 1 milione di euro).
Insomma, prima di acquistare una bicicletta, un paio di ruote o anche solo un gruppo, sarebbe bene accertarsi della provenienza, pretendere fattura e garanzia, così da mettersi al sicuro sia sotto il profilo penale sia, e soprattutto, per la nostra sicurezza.
UN FATTO (ANCHE)DI SICUREZZA
L’altro risvolto della medaglia, a mio parere ancora più grave, è il fattore sicurezza, che viene totalmente messa in pericolo, senza alcuna garanzia. Il rischio è di ritrovarsi a terra con una improvvisa rottura o avaria della bicicletta, con gravi danni, il cui ristoro verrà precluso poiché non avremo un soggetto sul quale rivalerci. Le bici o i componenti contraffatti o rubati o comunque provenienti da mercati illeciti non hanno alcuna garanzia di affidabilità e potrebbero cedere all’improvviso, causando gravi lesioni.
In quel caso, però non avremmo alcun modo di pretendere un risarcimento o attivare una garanzia, non potendo
invocare alcuna tutela salvo che l’acquisto sia avvenuto in un negozio autorizzato quindi, oltre al pericolo di improvvisi incidenti (solo questo aspetto dovrebbe dissuaderci da questo tipo di acquisti) seguirà il secondo danno, poiché non avremo alcun soggetto contro cui rivalerci.
(Link a pdf)

L’incidente alla Sportful Dolomiti Race: cosa dice la legge se l’automobilista non rispetta l’alt.
Sicurezza, cultura ed educazione viaggiano appaiati e spesso la loro violazione, specie sulla strada, crea l’incidente e le conseguenze sulle persone: così anche in questo caso la legge non fa che rafforzare una norma di educazione, quella violata dall’automobilista che ha investito il gruppo di ciclisti alla Granfondo Sportful di domenica 16 giugno 2024, violando deliberatamente e per futili motivi (pare fosse in ritardo per la messa domenicale) l’intimazione all’alt del personale autorizzato e preposto alla sicurezza del passaggio della gara.Se un funzionario, ufficiale o agente intima l’alt non vi è ragione, se non la maleducazione, per non rispettarlo, a prescindere dalla norma specifica che comunque lo impone, con tanto di sanzione per chi trasgredisca.
A scanso di equivoci e tentativi di trovare giustificazioni, la norma c’è e questa volta è molto chiara. Così detta l’art. 192 c.d.s.:
“Coloro che circolano sulle strade sono tenuti a fermarsi all’invito dei funzionari, ufficiali ed agenti ai quali spetta l’espletamento dei servizi di polizia stradale, quando siano in uniforme o muniti dell’apposito segnale distintivo”.
RESPONSABILITÁ PENALE
In alcuni casi, finiti in Tribunale, si è tentato di far emergere un’ulteriore conseguenza penale nei confronti della persona che non aveva rispetta l’alt, richiamando la norma che imporrebbe ai cittadini di eseguire un ordine di un’autorità (art. 650 cp), ma ad oggi i Giudici hanno ritenuto sussistente il più specifico illecito previsto dall’art. 192 cds, al quale vi è una semplice sanzione amministrativa.
Il caso in questione, simile nella fattispecie a quello avvenuto alla GF Sportful, riguardava proprio il comportamento di un automobilista che, dopo alcuni minuti di attesa, si era stancato di attendere il passaggio della gara ciclistica e aveva deciso di uscire dalla colonna e proseguire la propria marcia.
In quel caso gli organizzatori erano riusciti comunque ad evitare l’impatto tra l’automobilista e i ciclisti, dirottandoli ed avendo il tempo di intervenire, e l’automobilista era stato sanzionato per aver violato l’art. 192 C.d.S., in quanto, appunto “proseguiva la marcia nonostante le segnalazioni dell’agente accertatore, non regolando la velocità secondo le condizioni della strada e ometteva di arrestarsi all’invito legalmente rivoltogli da un ufficiale di polizia municipale”.
LESIONI
Ma qualora l’automobilista, come nel caso Sportful, avesse investito i ciclisti, provocando loro lesioni, avrebbe risposto penalmente per i danni fisici procurati, oltre all’obbligo di risarcire tutti i danni.
Nel caso un l’automobilista “forzasse” l’alt del funzionario (ovviamente autorizzato al servizio), provocando un incidente o investendo i corridori in gara, non vi sarebbe alcuna responsabilità dell’organizzatore, che tra gli obblighi ha proprio quello di fermare le auto per porre i ciclisti in sicurezza, tenendo conto anche di vie laterali o possibili immissioni.
Vi è poi un ampio regolamento, oltre all’art. 9 del codice della strada, che riguarda poi gli incombenti e le regole che gli organizzatori della gara sono tenuti a seguire (provvedimento del Ministero dei Trasporti del 27 novembre 2002), che però non incidono sulle responsabilità dell’’automobilista pirata, salvo che la violazione dell’organizzatore abbia posto lui stesso delle condizioni di pericolo (ad esempio non coprendo un incrocio o una via laterale, esponendo i corridori ad eventuali incomprensioni di automobilisti).
I danni ai ciclisti verranno in questo caso risarciti dall’assicurazione obbligatoria dell’automobilista, ovviamente entro i limiti del massimale di polizza, mentre per la parte eccedente ne risponderà l’automobilista stesso con tutti i suoi beni.

Gara ciclistica e obbligo di fermarsi
Cosa succede se un automobilista non rispetta l’obbligo dello stop?
ART. 192 COMMA 1 CDS
Sicurezza, cultura ed educazione viaggiano appaiati, e spesso la loro violazione, specie sulla strada, crea l’incidente e le conseguenze sulle persone, così anche in questo caso la legge non fa che rafforzare una norma di educazione, quella violata dall’automobilista che ha investito il gruppo di ciclisti alla Granfondo Sportful di domenica 16 giugno 2024, violando deliberatamente e per futili motivi (pare fosse in ritardo per la messa domenicale) l’intimazione all’alt del personale autorizzato e preposto alla sicurezza del passaggio della gara.
Se un funzionario, ufficiale o agente intima l’alt non vi è ragione, se non la maleducazione, per non rispettarlo, a prescindere dalla norma specifica che comunque lo impone, con tanto di sanzione per chi trasgredisca.
A scanso di equivoci e tentativi di trovare giustificazioni, la norma c’è e questa volta è molto chiara:
così detta l’art. 192 c.d.s.:
“Coloro che circolano sulle strade sono tenuti a fermarsi all’invito dei funzionari, ufficiali ed agenti ai quali spetta l’espletamento dei servizi di polizia stradale, quando siano in uniforme o muniti dell’apposito segnale distintivo”.
RESPONSABILITA’ PENALE
In alcuni casi, finiti in Tribunale, si è tentato di far emergere un ulteriore conseguenza penale nei confronti della persona che non aveva rispetta l’alt, richiamando la norma che imporrebbe ai cittadini di eseguire un ordine di un’autorità (art. 650 cp), ma ad oggi i Giudici hanno ritenuto sussistente il più specifico illecito previsto dall’art. 192 cds, al quale vi è una semplice sanzione amministrativa.
Il caso in questione, simile nella fattispecie a quello avvenuto alla GF Sportful, riguardava proprio il comportamento di un automobilista che, dopo alcuni minuti di attesa, si era stancato di attendere il passaggio della gara ciclistica e aveva deciso di uscire dalla colonna e proseguire la propria marcia.
In quel caso gli organizzatori erano riusciti comunque ad evitare l’impatto tra l’automobilista e i ciclisti, dirottandoli ed avendo il tempo di intervenire, e l’automobilista era stato sanzionato per aver violato l’art. 192 C.d.S., in quanto, appunto “proseguiva la marcia nonostante le segnalazioni dell’agente accertatore, non regolando la velocità secondo le condizioni della strada e ometteva di arrestarsi all’invito legalmente rivoltogli da un ufficiale di polizia municipale”.
LESIONI
Ma qualora l’automobilista, come nel caso Sportful, avesse investito i ciclisti, provocando loro lesioni, avrebbe risposto penalmente per i danni fisici procurati, oltre all’obbligo di risarcire tutti i danni.
Nel caso un l’automobilista “forzasse” l’alt del funzionario (ovviamente autorizzato al servizio), provocando un incidente o investendo i corridori in gara, non vi sarebbe alcuna responsabilità dell’organizzatore, che tra gli obblighi ha proprio quello di fermare le auto per porre i ciclisti in sicurezza, tenendo conto anche di vie laterali o possibili immissioni.
Vi è poi un ampio regolamento, oltre all’art. 9 del codice della strada, che riguarda poi gli incombenti e le regole che gli organizzatori della gara sono tenuti a seguire (provvedimento del Ministero dei Trasporti del 27 novembre 2002), che però non incidono sulle responsabilità dell’’automobilista pirata, salvo che la violazione dell’organizzatore abbia posto lui stesso delle condizioni di pericolo (ad esempio non coprendo un incrocio o una via laterale, esponendo i corridori ad eventuali incomprensioni di automobilisti).
I danni ai ciclisti verranno in questo caso risarciti dall’assicurazione obbligatoria dell’automobilista, ovviamente entro i limiti del massimale di polizza, mentre per la parte eccedente ne risponderà l’automobilista stesso con tutti i suoi beni.
Avv. Federico Balconi

Sicuri di avere tutto?
Esistono dispositivi che ci permettono di “farci vedere e sentire” mentre stiamo pedalando. Tra questi, campanello e luci sono i più utili, anche se per la legge non sempre sono obbligatori
Il caso: il ciclista investito da un’auto si vede elevare una doppia contravvenzione per mancanza di campanello e luci. La ragione piena (l’automobilista l’aveva investito in pieno giorno mentre lo stava sorpassando) non dissuade il vigile zelante, il quale nel raccogliere ciò che rimaneva del “velocipede” constatava che tra i pezzi mancavano all’appello, appunto, luci e campanello.
Quest’ultimo pare fosse volato e mai più trovato al momento dell’impatto, quindi il ciclista farà ricorso. Le luci invece, in effetti, non erano applicate alla bicicletta, seppur in pieno giorno non ci sia obbligo di tenerle accese, pertanto non dovrebbero avere nessuna rilevanza sull’incidente.
Il punto di partenza
Premesso che una delle cause più frequenti di incidenti stradali con vittime ciclisti è proprio la distrazione degli automobilisti e che la loro frase più ricorrente è “non l’ho visto”, possiamo affermare con cognizione di causa che in bici non si è mai troppo visibili, anche se talvolta vi è davvero poca rilevanza tra incidente e mancato utilizzo.
In casi come quello appena descritto, infatti, non c’è luce, campanello o altro dispositivo che avrebbe potuto salvare il ciclista, investito in pieno da un’automobilista che del tutto distrattamente, sopraggiungendo da dietro e senza alcun cenno di frenata, l’aveva travolto. Il nesso di causalità pertanto non è certo interrotto, in questa ipotesi, dall’assenza di luci o campanello, poiché non vi è alcuna attinenza tra la loro assenza e l’incidente, che vedeva una piena e totale esclusiva colpa di chi era alla guida dell’auto.
Detto questo, per la nostra sicurezza vale sempre la pena utilizzare qualsiasi strumento, anche apparentemente superfluo, poiché potrebbe rilevarsi invece utile e determinante per salvarci la vita.
Drin drin
L’uso del campanello è regolato dall’art. 68 del codice della strada. Sulla sua utilità possiamo fare qualche riflessione: certamente sulla ciclopedonale di corso Buenos Aires, a Milano, ha il suo perché, dal momento che in certe situazioni, di promiscuità e ingombro, o invasione da parte di pedoni, cani, passeggini, può evitarti incontri fin troppo ravvicinati. È certamente meno necessario sulla bici da corsa di un amatore o professionista che si allena, poiché davvero di minimo impatto sull’automobilista che sopraggiunge a forte velocità nel suo abitacolo.
In ogni caso, come già ricordato, ben vengano tutti i dispositivi che rendono il viaggio su due ruote più sicuro, sempre che non sia un modo per spostare l’attenzione dal carnefice alla vittima.
Più chiaro di così
Luci anche di giorno? No. L’art. 80 del codice della strada ci dice infatti che devono essere applicate sulla bici, ma accese solo dopo il tramonto. Una regola che ci sentiamo di contraddire, seppur in positivo: le luci infatti andrebbero accese anche di giorno, e non solo se ci sono condizioni avverse o nebbia o scarsa visibilità (come imporrebbe la legge) ma anche in pieno sole e visibilità.
Diverse case produttrici hanno prodotti altamente performanti, che rendono il ciclista visibile anche a centinaia di metri e se illuminato dal sole, così che l’automobilista anche distratto venga prima o poi attratto dalla luce posteriore e possa per un attimo posare il cellulare prima del sorpasso. Quelle anteriori devono essere bianche o gialle mentre quelle posteriori, che possono essere luci o catadiottri, di colore rosso.
Sui catadiottri, gialli, è importante ricordare che andrebbero sui pedali e lateralmente, in genere inseriti sulle ruote, ad eccezione per le bici da corsa.
In galleria
In base all’articolo 182 comma 9 bis del codice della strada il conducente di velocipede che circola fuori dai centri abitati da mezz’ora dopo il tramonto del sole a mezz’ora prima del suo sorgere e quello di velocipede che circola nelle gallerie hanno l’obbligo di indossare il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilità, di cui al comma 4-ter dell’articolo 162. In tutti i casi, la multa può andare da 26 a 102 euro.
INVISIBILI
I ciclisti, a quanto pare, sono invisibili, nessuno li vede se non dopo che li hanno urtati, per questo ben venga ogni accorgimento, compresi i catarifrangenti sui taschini, sui lati, nelle scarpe, sul casco, perché talvolta basta un bagliore per destare l’automobilista distratto dai propri pensieri o… dal cellulare.
Il consiglio è di dotarsi di luci intelligenti, che si intensificano e suonano con l’avvicinarsi del mezzo alle proprie spalle, segnalando la nostra presenza. Alcune hanno incorporato anche una telecamera, che ci permetterà di avere materiale importantissimo in caso di incidente.
(Link a pdf)

Cuffie in bici
La sicurezza in bici non è mai troppa e finchè non potremo pedalare su strade deserte, disegnate esclusivamente per noi, dove lasciarci andare alla contemplazione, ci viene richiesta la massima attenzione alla guida, pronti a cogliere ogni segnale, visivo o auditivo, per prevenire situazioni di pericolo.
Detto ciò, prima di affrontare la legge e cosa impone, qualsiasi distrazione quando siamo alla guida di un veicolo può fare la differenza tra evitare o subire un incidente, considerato che in bici siamo la parte più vulnerabile della strada.
Venendo agli auricolari potremmo non sentire avvisi importanti, o semplicemente spaventarci per il sorpasso di un camion che non avevamo sentito, rischiando così di rendere la nostra guida in bilico (banalmente potremmo ignorare anche il richiamo di un pedone), con un ritardo di reazione di almeno 4 secondi (questo dicono gli scienziati).
COSA DICE LA LEGGE
Riguardo l’aspetto legale, ancora troppo attenuato rispetto al pericolo che corriamo con certe tipologie di auricolari (quelli che isolano totalmente per intenderci), consideriamo che la bicicletta è un veicolo, e in quanto tale il conducente, ciclista, deve attenersi alle stesse regole previste per tutti gli altri veicoli, salvo quanto previsto dall’art. 182 del cds che detta una serie di comportamenti ai quali ogni ciclista sarebbe tenuto, anche a tutela della sua sicurezza.
Nei nostri articoli abbiamo più volte trattato le criticità di un codice che tutela solo parzialmente i ciclisti, vedi il sorpasso, la fila indiana, l’obbligo di tenere la destra, le rotonde ecc…ed anche in questo caso la legge non raggiunge a nostro avviso lo scopo.
Secondo l’art. 173 cds, comma e, infatti, parrebbe vietato l’utilizzo di auricolari ove non consentano “adeguate capacità uditive”.
Questo l’articolo: “l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare, purché il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie, che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani”
Qualche ciclista è stato infatti multato perché utilizzava entrambe le cuffie dei suoi auricolari e gli agenti ne hanno dedotto che ciò non gli consentisse di avere sufficienti capacità uditive.
Ancora una volta si lascia quindi una libertà interpretativa della legge, deducendo dall’art 173 un divieto generico all’uso di entrambi gli auricolari (e punibile con una multa che va dai 165 fino a 660€).
Al contrario, l’utilizzo di un solo auricolare, per logica, consentirebbe di percepire i rumori esterni e pertanto sarebbe consentito, anche se il codice imporrebbe di avere capacità uditive da entrambe le orecchie.
Se parliamo di sicurezza, però, non è solo la qualità dell’acustica ma la distrazione che comporterebbe l’isolamento di musica o di una conversazione telefonica, ciò che distoglierebbe da quella concentrazione che richiede la guida di una bicicletta nel traffico.
In questo senso parrebbero consentiti, anche se nulla dice la legge, gli auricolari a conduzione ossea, seppur su entrambe le orecchie.
Li abbiamo provati e a nostro avviso lasciano percepire perfettamente tutti i rumori esterni, pur ascoltando musica o durante una conversazione telefonica, eliminando l’isolamento dal mondo esterno che provocano invece le cuffie tradizionali, ciò che determina il maggior rischio nel traffico.
Il nostro consiglio quindi, oltre la legge che consente l’utilizzo di auricolari a conduzione ossea o applicati a un solo orecchio, è di non utilizzarli comunque e a maggior ragione se ci troviamo su strade extraurbane, dove servono tutti i nostri sensi per evitare qualsiasi imprevisto.
Ovviamente mandare messaggi, fare foto con il cellulare o video, leggere social o altri utilizzi sono tutti vietati dall’art. 173, al quale si aggiunga che almeno una mano deve essere sempre sul manubrio (art. 182)!
Le sanzioni possono arrivare fino a 660 euro, mentre la sospensione della patente non si può applicare ai ciclisti (la guida della bici non richiede la patente pertanto questa sanzione amministrativa accessoria, prevista per la guida degli altri veicoli, non si applica alle bici).
In caso di incidente, specialmente nel caso di omicidio stradale, le autorità potranno verificare se vi sia stato un utilizzo del cellulare (in un caso era stato dimostrato che in concomitanza dell’impatto era stato appena mandato un messaggio Whatapp) ed applicare aggravanti e sanzioni accessorie, ponendo come causalità principale proprio la distrazione data dall’utilizzo del cellulare (cassazione n. 47394/2023 – n. 6108/2023 – n. 2 del 2023 – n. 23331/2020).
Avv. Federico Balconi
